Man mano che si dipana l'intrico parlamentare della riforma dei servizi pubblici, quello che si capisce è che ancora non è successo niente. Il Senato ha dato un via libera che però è pesantemente condizionato da quello che deciderà la Camera, dove l'esperienza ci dice che è assai più pervasivo il potere delle lobby. Staremo a vedere. I presupposti, tuttavia, sono poco incoraggianti. Comunque la si pensi - che si sia liberalizzatori o statalisti - credo che chiunque abbia a cuore il trasporto pubblico non possa che temere una cosa sola: la confusione. Le precedenti riforme ci hanno insegnato soltanto che ad ogni regola generale si sono affiancate un'infinità di eccezioni che hanno finito col trasformare in eccezione proprio la regola, come recita una vecchia canzone. E anche adesso, con l'emendamento che tiene in vista gli affidamenti in house fino alla scadenza naturale, anche se successiva alla data entro la quale si dovrebbero svolgere le gare, sembra che l'abitudine perduri. Quello che è chiaro, tuttavia, è che ci vorranno almeno un paio d'anni perché la riforma arrivi a regime, ammesso che venga liquidata dai deputati. Dopodiché dovrebbe succedere che le aziende di tpl aprano il capitale ai privati che dovrebbero ottenere in cambio il bastone del comando, pure se solo per questioni specifiche. Prima del passaggio al Senato invece la cessione della gestione era integrale. Ci risiamo con i distinguo, che non fanno altro che rendere necessaria un'ulteriore produzione legislativa, sotto forma di regolamenti, strumenti di per sé opachi che aumentano la confusione e allungano i tempi delle decisioni. Come al solito.