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Pescara, 26/06/2026
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12/11/2009
Il Centro
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Ore 20, assalto alle case dei rom. Due ore di inferno, le forze dell'ordine in tenuta antisommossa non riescono a placare i cittadini |
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Esplode l'ira della gente: auto ribaltate, razzi incendiari contro le abitazioni. Il sindaco di Alba fischiato in piazza La folla circonda anche la caserma dei carabinieri ALBA ADRIATICA. Esplode la grande rabbia degli albensi. E la fiaccolata di protesta contro gli zingari diventa una vera e propria spedizione punitiva verso le case dei rom. Alle 20 in più di 500 arrivano in via Cesare Battisti e il clima si fa rovente. A mano a mano le urla della folla diventano più convulse, le invettive più minacciose. «Assassini», gridano gli albensi infuriati, e giù insulti ai rom. Dalle parole si passa ai fatti in via Bafile. Il corteo ribalta due automobili dei rom parcheggiate ai lati della strada. Una macchina ribaltata appartiene al padre di uno degli aggressori di Fadani. LA DEVASTAZIONE. Qualcun altro - quasi tutti con berretti e sciarpe per coprire il volto - lancia grandi sassi verso le abitazioni in cui vivono gli zingari, frantumando in mille pezzi i vetri. Alcuni gettano anche razzi incendiari all'interno dei cortili delle case, che per fortuna non appiccano il fuoco. Sembra di vivere una guerriglia, di quelle che si vedono nei telegiornali o nei film. Invece è tutto reale ed avviene nella pacifica Alba Adriatica. La devastazione non si ferma. Accanto a coloro che si limitano a sputare verso le finestre dei rom, in segno di disprezzo, c'è chi danneggia le auto parcheggiate in tutta la zona vicino alla stazione ferroviaria. Vetri rotti, calci e pugni sulle portiere, qualcuno addirittura salta sopra ai cofani tentando di sfondarli. La polizia e i carabinieri accompagnano tutto il corteo, contenendo per quanto possibile gli atti distruttivi e la furia della gente. Fino a quando, alle 21,45 il corteo si disperde. Gli animi di qualcuno, però si riaccendono intorno alle 22,15. Un gruppo, più ristretto, torna nuovamente nel quartiere rom, nella zona della stazione ferroviaria in via Regina Margherita. Di nuovo invettive urlate a gran voce. Ma dopo un po' torna la calma. E finisce una delle giornate più travagliate della storia di Alba. IL RADUNO. Che la situazione potesse degenerare si era percepito già dal raduno per la fiaccolata, alle 18,30 in piazza del Popolo. Qui si sono riunite centinaia di persone, che hanno voluto testimoniare il proprio dolore per la morte del commerciante e dire basta alla violenza rom. C'era anche tutta l'amministrazione comunale. E anche Anita, la madre di Emanuele Fadani, arrivata in lacrime. «Aiutatemi a mandare via questa gente da Alba Adriatica. Non sono razzista ma ho pianto anche per quel ragazzo morto pestato a Villa Rosa, tre mesi fa», ha detto la madre addolorata alla folla. Le parole di Anita hanno generato un grande e lungo applauso. Sono seguiti attimi di silenzio. La madre si è stretta ai suoi familiari. Il sindaco, Franchino Giovannelli, ha preso la parola al microfono: «Faremo tutto il possibile per garantire la sicurezza. Dobbiamo reagire civilmente. Crediamo nelle forze dell'ordine e nella giustizia. Stanno lavorando da questa notte». Parole di buon senso, ma che hanno potuto ben poco contro la rabbia per una morte così ingiusta. Tant'è che in tanti le hanno fischiate. Qualcuno ha gridato anche «Vergognati». Stefano Caravelli, uno degli amici di Fadani ha ribattuto: «Siamo stanchi. Ad agosto è stato ucciso Antonio De Meo a Villa Rosa, per una bicicletta». Giovannelli ha preso parte al corteo fino alla caserma dei carabinieri. LA CASERMA. Qui si sono fatte più forti le invettive contro i rom. «Fanno come vogliono», ha gridato un giovane, probabilmente amico di Emanuele, mentre il maresciallo dei carabinieri Gregorio Camisa cercava di placare la folla infuriata. «Stiamo svolgendo il nostro lavoro. Lasciate che la giustizia faccia il suo corso», ha urlato Camisa dai cancelli della caserma. Gli amici di Fadani avevano attaccato degli striscioni sulla recinzione di un cantiere davanti alla caserma. Sono rimasti affissi pochi minuti, prima di venire sequestrati da due carabinieri in borghese. Su una di queste lenzuola c'era scritto «Ora basta». Nell'altro «Il prossimo potresti essere tu», riferendosi al pericolo che incombe sulla comunità dopo questo assassinio.
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