«Sta arrivando una valanga di licenziamenti, mobilità, chiusure di aziende, ristrutturazioni, precari che vanno a casa senza una copertura». Guglielmo Epifani arringa dal palco la folla, a piazza del Popolo, per la manifestazione della Cgil. Sciorina le previsioni catastrofiche con lucido puntiglio e lancia uno sguardo a quei pupazzi, raffiguranti Berlusconi, che si librano nell'aria con la scritta «Per lui la crisi non c'è». Tante bandiere, pochi striscioni, pochissimi manifesti contro il governo. Non si respira un clima pugnace e anche la creatività polemica sembra evaporata in una piazza che ha deciso di far esprimere la propria rabbia solo dalle parole del segretario Epifani. Berretti e bandiere rosse d'ordinanza, età media più vicina ai sessanta che ai trenta, il popolo della Cgil convenuto nella Capitale, segue il discorso di Epifani in un silenzio che ha pochi sfogatoi di applausi. Attorno a piazza del Popolo, un altro popolo, quello dello «struscio» del sabato, passa in rassegna le vetrine spoglie e dimesse che parlano di crisi più degli slogan della manifestazione. Le previsioni catastrofiche di Epifani («il peggio deve ancora venire, la lista delle aziende che stanno chiudendo si allungherà») colano sulla folla che non riesce ad avere un sussulto nemmeno quando al termine del discorso, il leader sindacale, sfodera la minaccia dello sciopero generale. «Chiedo a Cisl e Uil un giudizio sui provvedimenti del governo e da questa piazza dico che la Cgil è pronta e in prima fila allo sciopero generale». Anzi di più. «Il sindacato è pronto ad andare avanti anche da solo. Se c'è bisogno di tornare a percorrere la strada dello sciopero generale del 12 dicembre scorso lo faremo», rilancia e a questo punto strappa alla piazza un applauso. Secondo gli organizzatori sono arrivati in oltre centomila nella Capitale e dal palco Epifani pare contarli uno ad uno. Urla che «il governo non ha fatto nulla per affrontare la crisi, limitandosi all'estensione della cassa integrazione in deroga». Il risultato di questa inerzia è che, «nonostante si dica che il pil sia un po' cresciuto, invece, confrontando la serie storica dei dati, viene fuori che siamo ritornati al primo trimestre 2003. Il pil è esattamente quello di 6 anni fa. Siamo tornati indietro e anche molto e per risalire ai livelli pre crisi ci vorranno altri 6 anni». Ed è quindi un governo «forte con i deboli e debolissimo a colpire con quanti hanno di più». Quindi chiama direttamente la folla e sciorina una serie di domande su quello che il governo avrebbe dovuto fare e che la Cgil gli aveva chiesto, e la risposta è sempre un No. A cominciare dalla «riduzione del carico fiscale sui lavoratori dipendenti e sui pensionati». E giù altri dati del dramma: «In un anno sono stati persi, bruciati, 570 mila posti di lavoro di cui 300 mila di precari: una media di 50 mila posti in meno al mese». Epifani attacca lo scudo fiscale. «Non si può - arringa - ogni due-tre anni fare un condono o uno scudo e poi lottare contro l'evasione fiscale. Dove vanno i soldi dello scudo? No di certo ai lavoratori e ai pensionati ama a quele categorie dove ci sono contribuenti infedeli». Se la prende anche con quegli «imprenditori che stanno facendo i furbi, rilevando aziende per poi ristrutturarle licenziando e quindi rivenderle». Nel mirino pure le risorse alla Fiat che «non vanno bene se poi chiude gli stabilimenti nel Mezzogiorno come a Termini Imerese o Napoli». Epifani sfiora anche il tema della giustizia ma solo per dire che il sindacato si «opporrà a qualsiasi legge che impedisca i processi alle grande tragedie della Thyssen e della Eternit». Il governo, dunque, «deve cambiare registro, deve dare risposte». Le bandiere si agitano quando arriva la musica che segna la fine del comizio. Gli altoparlanti intonano anche un «Bella ciao» e sul palco i segretari regionali si stringono le mani. Sembrano soddisfatti. Chissà se l'opposizione del pessimismo funzionerà ancora.
La Cgil va contro la modernità. I giovani dovrebbero andare in piazza per chiedere meritocrazia nelle Università
Portando i manifestanti a sfilare per le vie di Roma, la Cgil aveva uno scopo preciso: dimostrare la propria distanza dagli altri sindacati, indicarli come immobili, sollecitarli allo sciopero generale. Questo era l'obiettivo. Per il resto, domina il vuoto assoluto. Anzi, peggio: domina l'incapacità di capire il futuro prossimo e regolarsi di conseguenza. Guglielmo Epifani, capo di quel sindacato e rappresentante di una sinistra che ha ritrovato il partito di riferimento (maliziosa e furba, in tal senso, la presenza di Antonio Di Pietro in piazza), ha detto che, per i lavoratori, il peggio deve ancora arrivare. Noi lo ripetiamo da mesi, quando loro strillavano alla crisi ed al baratro, come se ci fossimo già dentro. Solo che noi lamentavamo (e lamentiamo) che il tempo sia passato, che l'occasione della crisi sia scorsa, senza che si sia messo mano alle necessarie riforme del mercato del lavoro e delle pensioni. Epifani, invece, vorrebbe più soldi pubblici per conservare il mondo com'era, con quello stesso mercato, con quelle stesse pensioni, con quelle stesse rigidità, con le protezioni per i garantiti. Il sindacato, insomma, da una parte è sempre meno rappresentativo dei lavoratori (solo una piccola minoranza è iscritta e la maggioranza degli iscritti è composta da pensionati), dall'altra è sempre più conservatore. Non è che non abbia ricette per uscire dalla crisi, è che rappresenta una delle cause della crisi. Più crisi, pertanto, corrisponde a più protezioni da chiedere. Quasi quasi è un affare. Paradossale e significativa, in questo quadro, la presenza di giovani studenti alla manifestazione. Intendiamoci, sono, anche loro, espressione di una politicizzazione che si nutre di schieramenti e trascura le idee e i programmi, ma fa tenerezza vederli sfilare appresso alle forze che stanno scaricando su di loro il peso insostenibile delle pensioni, del debito pubblico e dell'unica elasticità praticabile nel mondo del lavoro, quella verso i precari. E fa rabbia sentirli ripetere una corbelleria cubica, come quella che condiziona il diritto allo studio ai finanziamenti indirizzati all'università pubblica. Ragazzi, smettetela di credervi all'asilo, perché l'università deve essere selettiva e severa, meritocratica al massimo, altrimenti è una presa in giro, ed i presi per le chiappe siete voi. Dovreste andare in piazza, certo, ma per chiedere che cessino i finanziamenti a pioggia che alimentano baronie parentali ed amicali, dovreste pretendere che i docenti siano i primi ad avere superato una durissima selezione, i primi a sperimentare la meritocrazia. Invece sfilate per la costosa mediocrità, che per voi sarà condanna alla povertà. Questa mattina i giornali racconteranno la manifestazione, senza spendersi in gran riflessioni. Domani se ne ricorderanno solo i romani che, come al solito, sono finiti ostaggi dei cortei. Nessuno, né a destra né a sinistra, sembra disposto a dire, a muso duro e con onestà, che il modo in cui abbiamo strutturato il mercato del lavoro è ingiusto e si traduce in una gran fregatura per i giovani. Si preferisce blandire o ignorare. C'è un mondo che è disposto a tutto, pur di conservare se stesso, e il sindacato ne fa parte.