«Se avessi voluto leadership mi sarei tenuto un partito al 13%
Evitiamo che l'immunità parlamentare sia impunità»
ROMA Una volta di più, Gianfranco Fini, intervistato da Lucia Annunziata su Rai Tre, smentisce di «ordire complotti insieme al Capo dello Stato» ai danni del premier Berlusconi. «Chi continua a pensarlo è ossessionato da un delirio, o forse da un incubo». Lui invece si dichiara «sereno» e felice della nuova paternità. Al punto da rivelare di aiutare a cambiare i pannolini all'ultima nata. «Cosa che è da buon papà, nè di destra, nè di sinistra», sorride. Ma la politica incombe. Per prima cosa, precisa che «l'ipotesi di elezioni anticipate non esiste». Non solo perchè il voto prima della scadenza naturale sancirebbe «il fallimento della legislatura». Il fallimento, a suo dire, segnerebbe «anche la fine del Pdl, la cui nascita è stata il fatto politico più rilevante della legislatura, di cui Berlusconi può menar vanto. E poi- sostiene- bisognerebbe spiegare agli italiani che con una maggioranza tanto alta, Pdl più Lega, non si riesce a governare». Impossibile, dunque, «evocare il ricorso alle urne, a meno che non ci si convinca della bizzarra teoria del complotto». Infine, una sottolineatura, che suona come un promemoria: «A Costituzione vigente, solo il Capo dello Stato può sciogliere le Camere».
Parole che irritano l'ex forzista Osvaldo Napoli, secondo il quale «Fini ha fornito a Berlusconi il motivo per andare al voto anticipato». Il coordinatore del Pdl, Sandro Bondi, invece, questa volta condivide i ragionamenti del presidente della Camera, pur invitando «alla resistenza democratica contro l'assalto di certi magistrati». Fini, comunque, respinge l'accusa di slealtà e ribadisce «da cofondatore» di «credere nel Pdl, purchè sappia guardare avanti. Se avessi voluto esercitare una leadership personale mi sarei tenuto stretto An, un partito al 13 per cento», ripete.
Ma la partita sulla giustizia è tutt'altro che conclusa. Il lodo Alfano, costituzionalmente corretto, «può benissimo essere portato avanti dal Parlamento di pari passo con il ddl per i processi brevi. Una cosa non esclude l'altra», garantisce. Comunque, la proposta di «dare tempi certi ai procedimenti giudiziari, che non è certo la riforma della giustizia, non deve destare scandalo dal momento che la Ue ha stigmatizzato l'eccessiva durata dei processi in Italia», sostiene. Ma pone una «condizione preliminare» al varo del provvedimento. «Ci dovrà essere anche uno stanziamento in Finanziaria per il settore giustizia, affinchè gli uffici giudiziari possano davvero celebrare in tempi rapidi i processi. Senza queste risorse- avverte- il ddl sarà difficilmente applicabile. Ha ragione Schifani- ricorda Fini- quando invita a valutare il ddl al termine del suo iter parlamentare, visto che potrebbe subire dei cambiamenti». Si potrebbe anche considerare l'idea di reintrodurre l'immunità parlamentare, «purchè non sia un'impunità». Comunque, insiste Fini, «un conto è garantire alle più alte cariche dello Stato di poter governare affrontando eventuali processi alla fine del mandato. Altro è assicurare ai cittadini il diritto di vedersi riconosciuto il torto o la ragione in tempi rapidi». E sarebbe «auspicabile» discutere anche con l'opposizione del nuovo lodo Alfano, che per essere varato avrebbe bisogno dell'appoggio almeno di una parte del Pd. «Mi auguro che non bolli l'ipotesi come una jattura di fronte alla quale andare sulle barricate. Qualora dovesse prevalere questa linea, non contribuirebbero a rendere più sereno il confronto», ammonisce Fini, che ribadisce: «L'importante- sottolinea- è che vi sia la volontà di risolvere il corto circuito tra politica e giustiza, senza garantire a Berlusconi l'impunità, ma, al tempo stesso, abbandonando l'idea di abbatterlo per via giudiziaria. Non esistono complotti e tanto meno scorciatoie».
Di qui, l'invito a Berlusconi «se ha qualcosa di rilevante da dire di venire a riferire alle Camere. Sarebbe un modo per sottolineare il rispetto che egli deve avere del Parlamento e della sua centralità nel nostro sistema istituzionale, soprattutto se deve presentare una riforma della Costituzione o debba tenere un messaggio forte alla Nazione».