Un colloquio di due ore in prima serata, dalle 19 alle 21, e in un clima particolarmente disteso. Il governatore della Regione, Gianni Chiodi, ieri sera, è stato ascoltato, in qualità di persona informata sui fatti, dal procuratore della Repubblica e della procura distrettuale antimafia, Alfredo Rossini, e dal sostituto procuratore dell'antimafia, Olga Capasso, in merito alla famigerata telefonata con il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, che gli passò il patron della Btp, Riccardo Fusi. «Io quel caffè con l'imprenditore non l'ho mai preso» ha ribadito Chiodi ieri sera. E ha aggiunto: «Non ho mai incontrato Fusi». Cosa avrebbe dovuto rispondere al coordinatore del Pdl, se non accettare con cortesia di parlare con Fusi presentato come un amico? E del consorzio Federico II, sa quel che sanno ormai tutti. Ha spiegato e precisato con molta calma tutto, contestualizzato la conversazione ed è uscito dagli uffici soddisfatto e, soprattutto, nella posizione in cui era entrato, ovvero come persona informata sui fatti. I magistrati gli hanno chiesto anche di altre intercettazioni. E, poi, è stato il governatore ad allargare il discorso sull'organizzazione di un sistema che possa evitare le infiltrazioni mafiose. Chiodi si pone il problema di fare tutto il possibile perché, per quanto di sua competenza, le mafie non entrino nella ricostruzione. In mattinata il governatore aveva rifiutato il clima da caccia alle streghe: «Non c'è alcun problema, è mio dovere collaborare con la magistratura come la magistratura ha il dovere di sentire tutti coloro che per un motivo o per un altro hanno qualcosa da riferire. Il problema non è la magistratura, il problema è il clima che si è creato, che è un clima da caccia alle streghe, mi sembra di stare ai tempi della Santa Inquisizione». «Non sono inquisito - aveva proseguito -. Nessuno me lo ha detto e lo so da solo perché quando una persona non ha fatto nulla di irregolare essere inquisito non se lo aspetta». Per il governatore dell'Abruzzo «la regione ha bisogno che una classe dirigente politica possa avere il diritto e il dovere di governare, che ci sia una magistratura che faccia il suo lavoro, che controlli, che faccia quello che deve fare con molta prudenza e che prenda provvedimenti sempre con molta prudenza; che ci sia un sistema mediatico che veda quelli che sono i fatti. Io credo che tra qualche anno in politica ci saranno gli avventurieri quelli che non tengono alla propria dignità, che non si preoccupano delle calunnie e che non fanno nulla dal punto di vista lavorativo». «Noi - aveva detto ancora Chiodi - non vogliamo passare per coloro che alimentano i rischi sulla criminalità più o meno organizzata in Abruzzo». Poi la stoccata di non voler incontrare gli imprenditori per evitare "zone d'ombra": «La vicenda di Verdini è chiarissima. Mi si dice al telefono di prendere un caffè poi questo caffè non è mai stato preso. Per quanto mi riguarda non c'era nemmeno un'ombra e però nonostante ciò le ombre le diffondiamo. Mi sento un cinghiale e davanti a me vedo cacciatori che cercano di impallinare il cinghiale appena possono, sia in maniera giusta che ingiusta, magari mediatica, ma io avviso tutti, la guerra la vince il cinghiale non i cacciatori». Infine, pur ribadendo la sua più assoluta estraneità ai fatti, il vice presidente dell'Ance dell'Aquila, Ettore Barattelli, ha comunicato al presidente Filiberto Cicchetti di aver ritenuto opportuno rassegnare le sue dimissioni a seguito della vicenda che ha coinvolto il consorzio Federico II. «Tutto ciò - ha puntualizzato il vice presidente, Barattelli - al fine di poter meglio tutelare la mia posizione personale nella vicenda, per non intralciare minimamente le indagini in corso, per far sì che l'associazione non abbia a risentire minimamente di questa vicenda che mi auguro possa concludersi positivamente». Nel prendere atto della decisione irrevocabile comunicatagli da Barattelli, il presidente Cicchetti, ha espresso solidarietà a Barattelli e l'auspicio di una sua esclusione da ogni responsabilità.