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Pescara, 23/06/2026
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Data: 23/09/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Inchiesta sui rifiuti in Abruzzo - «Gianni lo sa», tutti i guai di Chiodi. Dalla telefonata di Fusi ai legami professionali: il suo nome in quattro inchieste

PESCARA - «Buongiorno presidente, piacere di conoscerla»: comincia da qui, da questa telefonata di Riccardo Fusi intercettata sul cellulare di Denis Verdini, lo scivolone di Gianni Chiodi. E' da quel giorno, da quando lui risponde solerte all'imprenditore della Btp arrestato nell'inchiesta sul G8: «Volentieri, il mio numero di telefono è questo, se lo vuole segnare per cortesia?», che il presidente della Regione Abruzzo subentrato a Ottaviano Del Turco dopo lo scandalo della sanità, finisce citato in almeno quattro inchieste giudiziarie. Non è indagato, non lo è stato mai. «Sentito come testimone, non scrivete interrogato», spiegava stizzito ai giornalisti martedì scorso in consiglio regionale. No indagato no, ma assediato sì. Inchieste, interrogativi, telefonate, misteri. Della telefonata con Fusi il governatore parla per due ore col procuratore dell'Aquila lunedì sera, ma il suo nome è citato più volte anche nell'ordinanza di custodia cautelare su Abruzzo engineering che ha portato all'arresto di Ezio Stati & c, quando il suo collega di studio Carmine Tancredi al telefono con Daniela Stati conclude soddisfatto: «Tu tieni conto che Gianni queste cose che io sto dicendo a te, eh, le conosce perfettamente». Gianni sì, sa tutto. Ed è il gip che scrive ancora in un altro passaggio che «i rapporti dello studio Chiodi-Tancredi con la Regione sono da approfondire».
Sì, Gianni sapeva. Anche del termovalorizzatore secondo l'ordinanza della procura di Pescara, e d'altronde Paolo Tancredi e Lanfranco Venturoni sono suoi amici per la pelle. Il suo nome compare più volte, spalmato in tutte le 160 pagine. Ma è Di Zio che lo dice chiaro e tondo: «Io le benedizioni di questi già le ho avute. Io ho già parlato con chi fa le veci del presidente. Là sono due che comandano l'Abruzzo, c'è il senatore Tancredi ed il presidente, dopodichè però ci sta il coordinatore che non è per niente stupido». Tancredi e il presidente, sono loro gli uomini che comandano. Ma i rapporti tra Chiodi e Di Zio sono noti, frequenti, affettuosi quasi. La prova è un sms di ringraziamento che il governatore invia all'imprenditore dei rifiuti quando gli va a dama una richiesta che gli sta molto a cuore, l'assunzione di Antonio Di Pasquale, figlio del suo segretario. Scrive il gip: «Le intercettazioni documentano l'interessamento di Venturoni per la proroga del contratto di lavoro con società del Di Zio di tale Antonio Di Pasquale, genero di Gambacorta Giuliano (segretario del presidente Chiodi) che invita espressamente Venturoni "a passare la parola a Di Zio"». L'interesse di Chiodi all'assunzione è scoperto, si legge nell'ordinanza. «L'sms che egli invia a Di Zio Rodolfo non lascia dubbi: «Caro Rodolfo, Giuliano mi ha detto che vi siete sentiti. Grazie e buona domenica».
E sull'inceneritore «il discorso più importante lo dobbiamo fare con Gianni», dice Venturoni a Di Zio, sì lo faranno con lui perchè pochi mesi dopo, una nota di Chiodi «sollecita l'osservatorio dei rifiuti alla realizzazione di un ciclo integrato dei rifiuti. Poco dopo «Venturoni e Di Zio concordano un incontro col presidente Chiodi, perchè Chiodi intende andare a Milano con Venturoni». E d'altronde esce dalla giunta regionale la famosa delibera 611 che con la scusa di attuare una normativa europea, contiene un "bug", una surrettizia previsione per spianare la strada alla manovra che hanno in mente. Una manovra che è composta da tante tessere, una è il commissariamento del Consorzio di Lanciano sul quale le forze dell'ordine registrano varie telefonate della Stati con Chiodi e col suo segretario Mazzarelli. «Mi ha chiamato Di Stefano per questa cosa», fa la Stati. «Eh, so che Gianni l'ha sentito», risponde lui. E poi direttamente a Chiodi: «Non ti preoccupare presidente, era soltanto per avvertirti che il commissariamento è stato possibile farlo, perchè ci sono i termini di legge». Ma quando i suoi uffici le dicono che no, gli estremi non ci sono, lo richiama: «Di Stefano dice che bisogna andare avanti...ma io non me la sento, perchè quello è più un piccio di Di Stefano e di Mauro Febbo che una necessità».

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