ROMA In dieci minuti di discorso teso, con toni spesso drammatici, Gianfranco Fini si dichiara pronto a tutto. A «sottoporsi al giudizio degli italiani, che sapranno giudicare», ossia ad andare al voto, «se non si fermerà in tempo questo irresponsabile gioco al massacro in modo da salvare la legislatura, come vogliono i cittadini». Ma anche «a dimettermi dalla carica di presidente della Camera se dovesse venir fuori con certezza che Giancarlo Tulliani, quando mi ha assicurato di non essere il proprietario della casa di Montecarlo, cosa che ha fatto in pubblico e davanti a testimoni, ha mentito e ha tradito la mia buona fede». Nell'intervento dell'ex leader di An c'è anche l'ammissione di «aver sbagliato, di essere stato forse ingenuo». Una novità rispetto alla sicurezza con cui a Mirabello ribadiva di «non aver nulla da nascondere e di non volersi dimettere assolutamente». Comunque, rivendica orgogliosamente di «non aver causato danni a nessuno» e di non incorrere «nè nel reato di concussione, nè in quello di corruzione». Infine, l'invito a Berlusconi «a fermarsi perchè giornali e media non possono essere usati come una specie di manganello. Fermiamoci tutti perchè con queste campagne di delegittimazione degli avversari si mette a repentaglio la libertà del Paese. Riprendiamo, dunque, il confronto, duro, durissimo, ma corretto- è la proposta- mi auguro che tutti lo facciano, a partire dal premier. Se così non sarà, gli italiani sapranno giudicare. Ma per quel che mi riguarda, posso dire di avere la coscienza a posto».
Fini ammette, come Berlusconi, e, al momento, è l'unica cosa che li accomuna, che «in questi giorni la politica dà uno spettacolo davvero deprimente». Ma il resto del suo discorso è segnato da puntigliosi distinguo dal premier. Dalla ribadita fiducia «nell'inchiesta della magistratura contro la quale io non strillo», alla carriera politica «immacolata, senza neppure un avviso di garanzia in 27 anni di presenza in Parlamento», alla sua «estraneità alle società off-shore. Non ho barche o ville intestate a società di comodo per pagare meno tasse». Ognuno per sè, dunque, anche se Fini lascia aperto un ultimo fragile spiraglio al prosieguo della legislatura.
Il presidente della Camera ripercorre le tappe di quella che definisce «la campagna ossessiva per farmi dimettere». E ricorda: «Il 29 luglio sono stato espulso dal Pdl in base a motivazioni ridicole, come quella di essere in combutta con le Procure. Subito dopo, hanno provato a chiedere le dimissioni e, poichè la sfiducia in Parlamento alla terza carica dello Stato non esiste, è scattata la delegittimazione. Dava fastidio, evidentemente, - rimarca- il mio richiamo alla legalità, alla difesa del ruolo della magistratura, al bisogno di leggi uguali per tutti. Ed è altrettanto evidente - accusa- che se risultassi coinvolto sarebbe difficile per me invocare un codice etico».
La storia della casa di Montecarlo è arcinota e Fini la ripete, ammettendo che «la società che l'ha acquistata, la Printemps, mi è stata segnalata da Giancarlo Tulliani» e ribadendo la sua arrabbiatura nei confronti del cognato manifestata «con toni tutt'altro che distesi». L'augurio, rivolto evidentemente a Tulliani, a questo punto causa di tutti i suoi mali, è «che lasci anche l'affitto dell'appartamento, se non altro per restituire serenità alla mia famiglia». Ma la pretesa principale è «che abbia detto la verità sulla proprietà della casa». Detto questo, Fini si scaglia contro «la campagna diffamatoria, alimentata da personaggi torbidi e squalificati». Salva invece «i nostri servizi di intelligence» e ribadisce «massima stima a Gianni Letta e al prefetto De Gennaro». Altre sono le «manine» nella regia di «un film giallo di terza categoria» girato da chi «voleva riservarmi il metodo Boffo». Si tratta, secondo il presidente della Camera, di «faccendieri professionisti a spasso per settimane in Centro America. A proposito- ironizza- chi paga le loro spese?». La conclusione dell'intervento web è tutta politica. C'è solo un'esilissima possibilità per proseguire la legislatura. Sta a Berlusconi coglierla, fermando il massacro mediatico nei confronti di Fini. Ma se così non sarà, «il dado e tratto». Ognuno andrà per la sua strada e nascerà il partito di "Futuro e libertà".