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Pescara, 23/06/2026
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Data: 26/09/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Berlusconi: Fini non spiega nulla e sbaglia se pensa di lasciare per votare (Guarda il video)

«Non ha spiegato nulla». «Ha fatto retromarcia su molte accuse». «Ha parlato così per evitare le domande». «Però il video è fatto bene». Silvio Berlusconi ha ascoltato ad Arcore il discorso di Gianfranco Fini. Con lui l'avvocato Niccolò Ghedini e il presidente della Provincia di Milano Guido Podestà. Al termine dei nove minuti, visti una parte in tv e un'altra parte sui siti, una valanga di telefonate di ministri e collaboratori. «Andiamo avanti con il governo e con il programma. Lui (Fini ndr) non è più un problema e comunque per noi non cambia nulla». Affermazioni nette, quelle del Cavaliere.

Affermazioni che in buona sostanza riprendono il tono del videomessaggio della mattina ai Promotori della Libertà, ma che non spostano l'obiettivo finale che il premier persegue ancora con eguale tenacia: le dimissioni di Fini dalla presidenza della Camera. «Avevano parlato di dossieraggio, di campagna stampa e invece è lui che non chiarisce e non lo ha fatto nemmeno ora. E' inutile pensare che possa cavarsela scaricando le responsabilità sul cognato». Berlusconi, che al fratello qualche grattacapo lo ha pure procurato, si riferiva ovviamente al signor Tulliani che «in questa vicenda è stato ammutolito».

La strategia del presidente del Consiglio resta sempre "duale", perché i calci sotto gli stinchi al co-fondatore, vengono sempre accompagnati da pubbliche rassicurazioni sulla durata della legislatura e sul programma di governo da realizzare invece di contribuire al solito "teatrino della politica". E così è normale che la mattina si citino le missioni militari in Afghanistan e si ricordino gli anni di legislatura ancora davanti, mentre la sera si facciano i conti sui numeri che il Pdl avrà alla Camera, ovviamente senza i "finiani", e ci si interroghi se sia opportuno che il capogruppo Cicchitto chieda a Fini di dimettersi.

Ieri sera Berlusconi in più di una telefonata ha tastato il polso dei 34 finiani della Camera, trovando scricchiolii evidenti e comunque una situazione di fibrillazione che fa sperare più di un berlusconiano sulle possibilità di ridimensionare il gruppo di Fli. Con «un discorso ad ampio raggio e in grado di avere l'appoggio di una maggioranza più larga possibile», come dice Paolo Bonaiuti, si cerca di puntellare una maggioranza che Berlusconi però fatica sempre più a riconoscere come sua.

«Il segnale di apertura» che il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri individua nel discorso di Fini «quando riconosce il lavoro di Gianni Letta», servirà quindi come argomento da girare alla pattuglia di moderati che, secondo Berlusconi, in Futuro e Libertà non sopporta i toni di Granata e Bocchino.

Spaccare i gruppi di Futuro e Libertà in questo momento è il primo obiettivo del premier per evitare che Gianfranco Fini faccia coincidere le sue dimissioni con la fine della legislatura e con l'avvio di una campagna elettorale tutta giocata sulla legalità. Ovvero su colui che si è dimesso per coerenza, per responsabilità altrui e in assenza di reati, mentre altri - Berlusconi in testa - non solo hanno avuto «società-off shore che io non ho», ma «in 27 anni di Parlamento e 20 alla guida del mio partito (Msi e poi An ndr) non sono mai stato sfiorato da sospetti di illeciti e non ho mai ricevuto nemmeno un semplice avviso di garanzia».

Viste le tragiche percentuali del Pdl, Berlusconi sa che tutto può permettersi tranne che una campagna elettorale giocata non sui tradizionali temi della riforma della giustizia, ma su quello più stringente del rispetto della legalità e su Fini che fa delle sue dimissioni il motivo della differenza tra le due "destre".

Per sferrare «il colpo finale che ancora manca», come lo definisce l'azzurro Giorgio Stracquadanio, ci sono ancora quattro giorni. Un tempo per qualcuno sufficiente per certificare non solo che la casa è del cognato, ma che Fini sapesse tutto dall'inizio. D'altra parte, come ha eloquentemente spiegato Bossi ieri sera «se Fini vuole che smetta il gioco al massacro, si dimetta». Altrimenti continuerà una "Guerra dei Roses" che rischia perà di lasciare senza poltrona tutti e due: Fini perché si dovrà dimettere e Berlusconi perché, sulla scia di tutto ciò, non tornerà a palazzo Chigi.

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