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Data: 28/09/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Salari, persi 5mila euro in dieci anni. Tasse e mancata restituzione del fiscal drag: un salasso per operai e impiegati

IL RAPPORTO Lavoratori dipendenti penalizzati Epifani: «Il governo deve intervenire»

ROMA. Tra inflazione, aumento del prelievo fiscale e mancata restituzione del fiscal drag, i lavoratori italiani hanno perso in media negli ultimi dieci anni oltre 5mila euro. Operai e impiegati categorie "bastonate", mentre liberi professionisti e imprenditori si sono messi in tasca più soldi.
La stima è dell'Ires-Cgil, che oggi ha presentato un rapporto su «La crisi dei salari», segnalando che la perdita cumulata del potere d'acquisto dei salari lordi, di fatto, nel decennio ha raggiunto quota 3.384 euro che, sommati a oltre 2mila euro di mancata restituzione del drenaggio fiscale, portano la perdita del potere d'acquisto a 5.453 euro in media per ogni lavoratore dipendente.
La fotografia sui salari è stata definita «allarmante» dal segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, che è tornato a chiedere al governo un «intervento urgente» che riequilibri la pressione fiscale a favore dei salari. Il lavoro dipendente infatti, sostiene la Cgil, è fortemente penalizzato sotto il profilo fiscale rispetto ad altre forme di reddito e questo sistema - sottolinea Epifani - «uccide la produttività». Secondo Epifani non bisogna, come fa Confindustria, legare il problema della produttività solo alla flessibilità del lavoro ma piuttosto puntare allo sviluppo dell'impresa, a partire dalla più piccola facendo le infrastrutture che sono necessarie e ripristinando un meccanismo di incentivo agli investimenti in ricerca e innovazione.
Per Epifani «non c'è un tempo per la produttività e uno per i salari» ma piuttosto l'aumento della prima deve andare insieme alla crescita dei secondi.
A sostegno di queste tesi l'Ires porta il dato sulla produttività in Italia sostanzialmente stabile rispetto al 1995 (+1,8%), a fronte di andamenti in Germania, Francia e Regno Unito molto superiori al 20%.
La perdita del potere d'acquisto si è concentrata - sottolinea il rapporto - nel 2002 e 2003 (oltre 6mila euro persi nel biennio), mentre il 2008 e il 2009, nonostante la crisi, ha registrato un recupero (nel 2009 possibile proprio grazie alla bassa inflazione che la crisi economica ha portato con sé), con oltre 3mila euro in più in totale. La perdita cumulata calcolata sulle retribuzioni - secondo il rapporto - equivale a circa 44 miliardi di maggiori entrate fiscali per lo Stato. Nel decennio, infatti - si legge nello studio - le entrate da lavoro dipendente sono aumentate al netto dell'inflazione del 13,1 per cento a fronte di una flessione reale di tutte le altre entrate del 7,1 per cento.
Secondo l'analisi della Cgil, il recupero dei livelli di Pil del 2007 si raggiungerà solo nel 2015, mentre per tornare ai livelli di occupazione pre-crisi bisognerà aspettare il 2017.
La Cgil infine sottolinea come, a fronte di una perdita del potere d'acquisto per le famiglie di operai e impiegati, ci sia stato invece un guadagno per quelle di professionisti e imprenditori. E tra gli stessi lavoratori dipendenti restano forti le diseguaglianze in busta paga tra chi lavora nelle grandi imprese e chi è impiegato nelle piccole, ma anche tra uomini e donne e tra contratti standard e precari. Se 15 milioni di lavoratori possono contare su buste paga inferiori a 1.300 euro, tra questi ce ne sono sette (per il 60% donne) che non arrivano a mille.

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