ROMA Il decreto varato ieri dal Consiglio dei ministri ha definito i criteri per il riordino delle Province previsti dalla spending review, ed è destinato a creare più di qualche malumore, per non parlare di rivalità storiche. In base ai nuovi criteri approvati dall’esecutivo, i nuovi enti dovranno infatti avere almeno 350mila abitanti ed estendersi su una superficie territoriale non inferiore ai 2500 chilometri quadrati. Sono invece «salve» le feste dei patroni. Il governo ha infatti deciso di «non procedere» all’accorpamento delle festività, anche per le mancate garanzie di effettivo risparmio. La riforma delle Province è destinata a comportare un cambio storico della cartina geografica italiana, con nuovi enti che nasceranno, alcuni anche riesumando, o almeno ricordando da vicino, antiche suddivisioni del territorio italiano. Basti pensare che tra le nuove Province che potrebbero nascere c’è la Provincia romagnola che riunirebbe Cesena, Forlì, Rimini e Ravenna che sono già al lavoro per un’unica Provincia; Parma, Piacenza, Modena e Reggio Emilia, invece, potrebbero riunire tutte le migliori Indicazioni geografiche protette (Igp) del Paese, dal parmigiano al prosciutto, all’aceto. In alcuni territori il taglio delle attuali Province sarà drastico: basti pensare alla Toscana, dove, delle attuali 10 Province, solo Firenze ha i requisiti non solo per rimanere, ma per trasformarsi in città metropolitana. Le altre 9 dovranno accorparsi per dare vita - è probabile - a due nuove amministrazioni provinciali. In Lombardia, su 12 Province attuali, solo 4 (Milano, Brescia, Bergamo e Pavia) hanno i requisiti per rimanere in vita (Milano si trasformerà in città metropolitana), le altre dovranno accorparsi. «Pordenone non finirà mai sotto Udine», promette Battagliero Alessandro Ciriani, Pdl, presidente della Provincia. E chiarisce: «Piuttosto siamo pronti ad andare sul ponte del Tagliamento per difendere il nostro territorio». Feliciano Polli, presidente dell’amministrazione provinciale di Terni, fa notare come in Umbria si creerà l’assurdo di un’unica Provincia, Perugia, «con un territorio che coincide con quello della regione». Discorsi che si ascoltano anche in Abruzzo: tutta l’Italia è paese.