Nota ufficiale di palazzo Grazioli. Gelmini: la base lo vuole
ROMA - Sarà davvero Silvio Berlusconi il candidato premier del centrodestra nel 2013? A stare a ieri e alla autorevole, in quanto proveniente direttamente da palazzo Grazioli, «smentita alla smentita», sì. Smentita obbligata dopo che il quotidiano Libero, titolando a tutta pagina «Scherzi da Silvio. Non si candida più», aveva accreditato l’improvvisa marcia indietro del Cavaliere: «Voleva solo dare una scossa al partito, non si candida». «Titolo e contenuto apparsi non corrispondono al vero», recita la nota.
«A oggi sì, confermiamo: si candida», sospirano gli uomini più vicini a Berlusconi, abituati alle intemperanze di un politico che, prima di tutto, è un grande comunicatore. Il borsino della discesa in campo, però, ballerà fino a ottobre, gemono. Curiosa concordanza con le parole (in chiaro, questa volta) di un big del Pdl come Fabrizio Cicchitto, che proprio ieri diceva: «La decisione finale sarà presa in autunno». La chiave di volta per la scelta saranno le turbolenze sui mercati e l’indice di gradimento nelle capitali europee, non certo la sentenza sul processo Ruby (che pure avrà inevitabilmente un suo peso). Solo allora Berlusconi deciderà, confortato dai sondaggi della fidata Alessandra Ghisleri, se candidarsi direttamente lui o puntare su un nome vecchio (Montezemolo) o nuovo, ma sempre «un imprenditore bravo quasi come lui». Non è passato inosservato, però, ai consiglieri di palazzo Grazioli che da un lato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e dall’altro il filo montiano Franco Frattini, facessero scongiuri oltre che previsioni sulla improbabilità di un ritorno in campo del capo. Timori forse simili a quelli di un avversario, il capogruppo di Fli Italo Bocchino, che ieri diceva con tono beffardo: «Saranno gli investitori internazionali a rendere impossibile il ritorno di Berlusconi».
Ed è su questo che Berlusconi sta facendo, davvero, i suoi conti. I tifosi della discesa in campo, dal veneto Giancarlo Galan alla altoatesina Michaela Biancofiore, per non parlare di Daniela Santanché o di Vittorio Sgarbi, lo incitano a fare il grande passo, ma lui, il leader, non è ancora convinto. Ecco che, allora, irridono, velatamente o apertamente, a chi convoca iniziative «partitocratiche» o da «burocrati della politica». Guarda caso quelle in campo nei prossimi giorni dentro il Pdl. Si comincia il 26 luglio, in serata, sul sagrato della basilica di San Giovanni a Roma in nome delle «primarie comunque» per il Pdl e per le preferenze. Solo di parlamentari almeno una trentina ha già aderito: molti ex-An e pure molti ex-Fi (tra cui Guido Crosetto e Frattini). A raccogliere le firme, ventre a terra, dentro il Pdl, sono stati Andrea Augello al Senato e Barbara Saltamartini, fidato colonnello di Alemanno, alla Camera. «L’obiettivo - spiega Saltamartini - è un modello di primarie aperte, all’americana e la sfida al Cav è: candidati pure tu».
L’altra area degli ex-An, quella che fa capo a Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri e all’ex ministro Giorgia Meloni la pensa invece in modo diverso. Non a caso non partecipa né aderisce all’iniziativa pro-primarie («pleonastica se Berlusconi torna in campo», dicono) e punta tutto sulle preferenze. Organizzano a loro volta, dal 26 al 30 luglio, una grande mobilitazione in tutte le città italiane per una petizione di legge popolare che le reintroduca. Massimo Corsaro spiega: «Il ritorno in campo di Berlusconi è una soluzione di comodo. E’ quello che prende più voti, ma non so se servirà a rilanciare il partito, che c’è e va difeso. Una cosa è certa: se nel mio Pdl vincerà la linea di chi punta a rifare la grande coalizione dopo il voto, io e molti altri con me non ci saremo».
Parole diametralmente opposte a quelle di chi, come Mariastella Gelmini, salutato con gioia il ritorno in campo di B, quel percorso disegna e auspica. «Basta frequentare e parlare con gli iscritti e gli elettori del centro destra in questi giorni per cogliere quanto sia atteso il ritorno in campo di Berlusconi, quante aspettative e quante speranze susciti», dice l’ex ministro della Scuola. «Piaccia o non piaccia alla sinistra e a Casini, Berlusconi in questi anni ha dato voce ad un'Italia silenziosa, che produce e paga le tasse, e che ancora crede nella rivoluzione liberale: in uno Stato che non la tratti da suddito, ma sappia esprimere qualità, soprattutto sappia sostenere chi produce».