MILANO «La riunione della prossima settimana sull'analisi di mercato è sconvocata. Buona domenica». I primi effetti della sentenza con cui venerdì la Corte costituzionale ha azzerato le regole sulle liberalizzazioni dei servizi pubblici locali si incontrano nei forum dei tecnici degli enti locali. Entro il 13 agosto (ma si discuteva già di una proroga) tutti gli enti pubblici che affidano servizi avrebbero dovuto scrivere in una delibera-quadro, da sottoporre al vaglio dell'Antitrust, le ragioni per cui in alcuni settori sarebbe stato necessario nel loro territorio il mantenimento di diritti di esclusiva. Ora non serve più. Le regole sulla liberalizzazione dei servizi pubblici scritte all'articolo 4 della manovra-bis di Ferragosto erano troppo uguali a quelle bocciate dai referendum di giugno, e per questo la Consulta le ha cancellate «sia nel testo vigente che in quello risultante dalle successive modificazioni». Le riunioni che si evitano, però, sono solo il primo passo, perché in generale le conseguenze potranno essere quelle di un dominio generalizzato dell'affidamento in house. O, meglio, di un suo mancato tramonto. Paradossalmente, nonostante la battaglia in nome dell'«acqua pubblica», il settore meno colpito dalla novità è proprio quello idrico, escluso da quasi tutte le previsioni bocciate dalla Consulta. Tutte le tessere sono ancora in movimento e il Governo, che nel decreto liberalizzazioni aveva spinto ulteriormente nel senso dell'apertura al mercato, potrebbe tornare sul tema. La stessa Corte costituzionale, nella sentenza, ricorda che «il legislatore conserva il potere di intervenire nella materia oggetto del referendum», ovviamente senza smentire l'esito delle urne. Tra la possibilità teorica e gli effettivi spazi tecnici e politici, però, c'è una grossa differenza, e bastano le polemiche romane sul progetto di privatizzazione parziale di Acea per rendersene conto. E tuttavia un tentativo molto probabilmente si farà utilizzando la strada degli ultimi correttivi al decreto spending. Le regole cancellate dalla Consulta imponevano vincoli rigidi sia all'affidamento in house, dall'ente pubblico a una sua società, sia ai diritti di esclusiva, che permettono di riservare spazi di mercato a un unico operatore. In particolare, l'in house era quasi spazzato via dal divieto di applicarlo a servizi pubblici di valore superiore a 200mila euro annui (limite fissato dal decreto Monti sulle liberalizzazioni, mentre la norma originaria parlava di 900mila euro), mentre l'apertura al mercato era affidata alla vigilanza dell'Antitrust che avrebbe dovuto dare il via libera (anche con silenzio-assenso) al mantenimento dei diritti di esclusiva. Cancellati, poi, anche gli obblighi di cessione progressiva di quote pubbliche delle società quotate, senza le quali sarebbero decaduti gli affidamenti diretti in corso. La prima tappa, dopo una girandola di proroghe, era ora fissata al 30 giugno 2013, data entro la quale i soci pubblici avrebbero dovuto scendere sotto il 40%. Cancellato questo impianto, insieme all'impossibilità per gli ex politici di cambiare giacchetta e trasformarsi d'un botto in amministratori di società, prevista dai regolamenti attuativi, a disciplinare la maggioranza dei servizi pubblici a rilevanza economica restano le regole europee, decisamente più "permissive" rispetto alla normativa introdotta in Italia nel tentativo di rompere i legami stretti fra gli enti locali e le loro migliaia di società. Il legislatore di Bruxelles ha un occhio molto più benevolo di quello italiano nei confronti degli affidamenti in house, e li sottopone a tre condizioni: la società affidataria deve essere pubblica, deve svolgere la parte preponderante della propria attività con l'ente affidante, e l'ente deve garantire su questa un «controllo analogo» a quello che esercita sui propri uffici. Anche così flessibili, queste regole rappresentano un problema per più di un ente locale: lo dimostra il caso, censurato la scorsa settimana dall'avvocato generale della Corte di Giustizia Ue (la sentenza è attesa a breve), di Comuni che avrebbero voluto affidare in house il servizio di igiene urbana a una società di un altro ente, nella quale detengono non più che «partecipazioni simboliche». Oltre alle regole Ue, e naturalmente alle discipline di settore come quelle di gas ed energia, rimangono però in piedi incentivi "indiretti" alle liberalizzazioni, a partire dalla stretta sui vincoli di assunzione del personale in base ai quali le affidatarie dirette devono rispettare gli stessi obblighi previsti per l'ente affidante (l'ultimo tassello in questo senso è stato messo dal decreto sulla revisione di spesa ora in discussione al Senato). Resta aperto, poi, il tema dell'estensione alle società in house del Patto di stabilità oggi previsto per i Comuni. Oltre che all'articolo 4 della manovra di Ferragosto, cancellato dalla Consulta, la previsione è presente anche nell'articolo 3-bis, sopravvissuto. Il nodo principale, però, in questo caso è applicativo, come mostra il fatto che dal 2008 a oggi il decreto attuativo non è riuscito a vedere la luce.