Monti: spero nella riforma elettorale. Contatti Alfano-Bersani-Casini
ROMA - «Sono stato chiamato a palazzo Chigi per arrivare fino alla primavera del 2013”. Decide di intervenire direttamente da Mosca Mario Monti per stoppare le voci sulla tentazione del voto anticipato che attraversa i partiti della sua maggioranza. I palazzi della politica avevano già individuato persino la data: domenica 4 novembre. Naturalmente, previa nuova legge elettorale da votare a tappe forzate (al Senato entro il 10 agosto, alla Camera ai primi di settembre) e senza crisi al buio, ma gestita dallo stesso premier incassata una dichiarazione d’intenti dei partiti a rispettare gli impegni Ue.
Le elezioni, assicura invece Monti, ci saranno ma nel 2013: lì «i partiti si assumeranno le loro responsabilità» e io, sottolinea, «resterò senatore a vita». Non manca, però, nelle parole di Monti l’urgenza di varare una nuova legge elettorale che «possa facilitare la vita politica». Tranne Lega e Idv, che lo reclamano a gran voce, ieri i partiti si sono dichiarati ufficialmente contro il voto anticipato. In realtà, dentro il Pdl come nel Pd i toni sono diversi. Per un Frattini che parla di «gioco sulla pelle degli italiani», un Lupi che le esclude secco e un Cicchitto che avverte: «Sarebbe solo una prova di fallimento», vi è un La Russa che sfida: «Se Monti vuol togliere il disturbo prima, non saremo noi a impedirglielo».
Nel Pd se Bersani liquida l’eventualità come «chiacchiere che alimentano solo confusione», c’è Rosy Bindi che riconosce: «Parlarne non è più un tabù». Veltroni e Letta non sarebbero contrari, se questo fosse il modo per dar vita subito a una coalizione montiana. Infine, l’Udc: dopo che Casini le ha definite «possibili», ieri Buttiglione reclamava apertamente elezioni in autunno. Senza una nuova legge elettorale, però, le urne sono - e su questo sì che tutti giurano di pensarla come il Quirinale - impraticabili. E qui le trattative sono ferme. La discussione tecnica riprenderà domani, in sede di comitato ristretto della I commissione del Senato, Affari costituzionali, presieduta da Carlo Vizzini, il quale dice: «Noi ci mettiamo tre giorni, volendo, ma serve la volontà politica. A oggi non c’è, ma mi auguro ci sia, altrimenti vince Grillo».
Solo l’Udc nel merito ha le idee chiare: punta alle preferenze secche (osteggiate da Pd e parte del Pdl) e a un proporzionale con soglia di sbarramento al 5% e – si badi – nessun premio di maggioranza, neppure al partito, come ha detto apertamente Casini. Nel Pdl la confusione regna sovrana: per gli ex-An servono preferenze e primarie mantenendo di fatto inalterato, però, il Porcellum; gli ex forzisti, capitanati da Quagliariello, puntano sul sistema spagnolo (metà collegi uninominali e metà liste bloccate corte) e rifiutano nettamente, come il Pd, le preferenze. Sullo spagnolo converge parte del Pd che, dovendo mettere da parte un doppio turno che non raccoglie consensi, preferisce un sistema che premia i partiti maggiori senza preferenze, ma vuole inserirvi un premio alla coalizione. Maroni chiede di «aprire il Parlamento ad agosto» per vararla, Bersani si dice «pronto e flessibile», nel Pdl si nicchia, ma i due sherpa tecnici Calderisi (Pdl) e Ceccanti (Pd) sbuffano: «Tutte parole. Ad oggi non c’è nulla di concreto». Tranne tre punti: base proporzionale, soglia di sbarramento alta e turno secco, più ‘premietto’ al vincitore, partito o coalizione. Troppo poco, a oggi, per un accordo. Casini, Alfano e Bersani, però, in contatto da giorni, starebbero per vedersi. In tal caso, con il loro via libera, Vizzini i senatori li farà correre.