ROMA «A causa dei tagli della spending review non saremo nelle condizioni di potere assicurare l’anno scolastico». Con questo allarme, lanciato ieri dall’Unione delle Province italiane, sale il tono delle proteste contro il provvedimento taglia-sprechi, mentre in Senato l’esame del testo – avviato ieri in commissione Bilancio – potrebbe subire un’accelerazione. Il Pd chiede l’approvazione urgente del dl per spegnere la nuova fiammata dello spread e annuncia il ritiro della maggior parte degli emendamenti, seguito a ruota dall’Udc: le proposte di modifica, dunque, potrebbero arrivare ai commissari già oggi, in modo da anticipare l’arrivo in aula a domani. Ma alla vigilia dell’esame parlamentare, enti locali, sindacati e imprese denunciano che le forbici di Monti rischiano di cancellare servizi indispensabili: «Se il governo non dovesse cambiare idea, la metà delle Province andrà in dissesto finanziario» dice il presidente dell’Upi Giuseppe Castiglione. Le amministrazioni provinciali subiranno un taglio di 500 milioni di euro per il 2012 e di un miliardo di euro per il 2012 «perché il governo considera come consumi intermedi 3,7 miliardi di euro: in realtà questa cifra include voci di bilancio che non sono consumi intermedi aggredibili, ma servizi», proprio come le scuole: secondo l’Upi il taglio reale possibile è pari a 176 milioni per il 2012 e 352 per il 2013. A sorpresa, a raccogliere per primo i timori delle Province sulle scuole è un esponente dell’esecutivo: «Ho cercato invano di far cambiare quella norma, è contraria a tutto quello che ho sempre pensato in materia di finanzia locale – replica il ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda – Speriamo che il Senato sia più saggio del governo». A correre i rischi maggiori, denuncia l’Associazione genitori scuole cattoliche (Agesc) sono le scuole paritarie: «Decine di migliaia di bimbi non potranno più frequentare la scuola materna, non essendoci scuole statali in grado di assorbire la domanda». Da Verona, dove si riuniscono una ventina di Province del Nord che parlano di «tagli lineari che penalizzano gli enti virtuosi e premiano chi non ha pensato a risparmiare», arriva una minaccia: sfratto a prefetture e questure in ritardo con gli affitti. Contro «i tagli lineari alla sanità che compromettono il diritto dei cittadini alla tutela della salute e alle cure» la Cgil ha manifestato ieri in trecento piazze: «Invece di colpire gli sprechi e di riorganizzare il servizio il decreto riduce il finanziamento necessario ai livelli essenziali di assistenza – afferma il segretario Susanna Camusso – Il governo deve cambiare strada per fare il mondo che il nostro servizio sanitario pubblico e universale possa continuare a garantire prestazioni appropriate e di qualità». Gli assessori regionali alla Sanità, riuniti a Roma, chiedono al governo di sedersi a discutere: se le condizioni verranno imposte, avvertono rischia di saltare il Patto della salute. Farmindustria e i sindacati del settore farmaceutico (l’Italia è il secondo produttore europeo con 65mila addetti) sono pronti alla mobilitazione: «Ancora una volta la spesa farmaceutica pubblica, che rappresenta solo il 15% di quella sanitaria, è chiamata a pagare il 40% dell'intera manovra. Un importo assolutamente insostenibile». Oggi, intanto, sarà il giorno della rabbia dei sindaci. Avrebbero dovuto essere in sessanta, a Roma, per la manifestazione in piazza Sant’Andrea della Valle, ma potrebbero arrivare in duemila, annuncia il presidente dell’Anci Graziano Del Rio: «La spending review rischia di essere letale per molti Comuni. Dal 2007 al 2013 ci sono già stati chiesti tra tagli e risparmi 22 miliardi di contributi». Il rischio – avverte – è «l’abbattimento dei servizi o l’innalzamento delle tasse». «La nostra è resistenza democratica» dice il sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Perché se gli enti locali non potranno garantire i servizi essenziali avremo «la sospensione della Costituzione e della piena democrazia»