Iscriviti OnLine
 

Pescara, 21/06/2026
Visitatore n. 755.204



Data: 25/07/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
«La rete di Cantagallo per influenzare i testi» La mobile voleva l’arresto bis del politico

Incontri quasi carbonari, telefonate criptate, foto rubate del poliziotto più in vista dell'indagine, cene con ex giudici e imprenditori organizzate dai politici del processo Ciclone. Quello che esce dall'informativa della squadra mobile del dicembre 2011 sembra più un affresco di vita provinciale che una formale richiesta di misure cautelari, forse mai prese in considerazione dalla procura. Lo spunto per riaprire le danze su Montesilvano, con una raffica di intercettazioni telefoniche, è la falsa testimonianza di Andrea Ferrante, ex braccio destro dell’imprenditore del verde Bruno Chiulli, principale accusatore dell'ex sindaco Enzo Cantagallo. Un fascicolo parallelo al processo per capire quanto Cantagallo e Guglielmo Di Febo (ex assessore e imputato nel processo madre) abbiano fatto per far cambiare versione ai testimoni. I tre sono indagati per falsa testimonianza: Cantagallo e Di Febo, quali istigatori della deposizione con cui Ferrante, nell'udienza del 29 giugno del 2011, ritrattò le accuse contro l’ex sindaco. E in un panorama del genere spunta fuori anche il nome di Luciano D'Alfonso, ex sindaco di Pescara alle prese con una serie di altri processi. Lo spunto è una telefonata a Cantagallo per chiedere il numero telefonico di un consigliere provinciale in vista delle imminenti primarie del centrosinistra per Montesilvano. Telefonata fatta da D'Alfonso, sottolineano gli investigatori della mobile, con un cellullare intestato alla Walter Tosto spa, azienda e imprenditore con i quali l’ex sindaco di Pescara ha rapporti di amicizia e professionali. Nel corso della conversazione, prima di arrivare al vero motivo della chiamata (c'è anche un omissis della polizia: «Segue colloquio di carattere politico»), D'Alfonso chiede lumi sul processo Ciclone. E Cantagallo, appena uscito dal tribunale dopo l'ennesima udienza del suo processo, allude a una pesante deposizione dell’ispettore Pavone, il poliziotto delle foto rubate: «Ha detto di tutto», si lamenta Cantagallo.
Detto questo ed evidenziato che la questione più grave e delicata di tutta la faccenda riguarda sicuramente le foto scattate all'abitazione del vice commissario Pavone, persona peraltro degnissima e professionalmente preparata che aveva indagato su Ciclone (che secondo la polizia potevano avere un duplice scopo: fabbricare un attacco calunnioso nei suoi confronti o, peggio, pianificare un'azione violenta), per il resto l'indagine avrebbe «documentato l'esistenza di contatti continui e frequentazioni fra i principali imputati del processo Ciclone». Incontri e cene, anche con un ex magistrato del tribunale di Pescara, che avrebbero avuto l'obiettivo di incidere sulle dichiarazioni del teste Ferrante. Un pericolo che, secondo la polizia, poteva essere reiterato dai due imputati.

www.filtabruzzo.it ~ cgil@filtabruzzo.it