Passera chiede chiarimenti sui piani. Casini: disimpegno che preoccupa
ROMA Il tramonto di Fabbrica Italia, con i 20 miliardi d’investimenti promessi, scatena una reazione a catena. Un terremoto. Non solo tra gli operai, sempre più preoccupati della propria sorte. L’onda d’urto arriva fino a Palazzo Chigi. Con il governo che ora, puntualizza Corrado Passera, «vuole vederci chiaro, capire cosa vuole fare la Fiat». Se il ministro attende lumi, soprattutto per le ricadute occupazionali che la chiusura di uno o più stabilimenti in Italia può comportare, Diego Della Valle, in una dichiarazione di fuoco, attacca a muso duro Sergio Marchionne e John Elkann. «Il vero problema della Fiat - dice - non sono i lavoratori o la crisi, ma sono i suoi azionisti di riferimento e il suo amministratore delegato che stanno facendo scelte sbagliate, pensano solo ai propri interessi, si dimenticano dei soldi avuti dallo Stato italiano». Poi la stoccata: «È bene che questi furbetti cosmopoliti sappiano che gli imprenditori italiani seri, che vivono di concorrenza e competitività, che rispettano i propri lavoratori e sono orgogliosi di essere italiani, non vogliono in nessun modo essere accomunati a persone come loro».
Parole durissime. A cui replica con imbarazzo il numero uno della Ferrari Luca Montezemolo, azionista di controllo e socio proprio di Della Valle in Ntv, i nuovi supertreni veloci. Le «espressioni come quelle usate da Diego sono assolutamente inaccettabili e non dovrebbero mai far parte di una dialettica tra imprenditori. Tanto più che coinvolgono imprenditori che in settori diversi affrontano una difficile competizione su mercati mondiali».
Mister Tod’s, non nuovo ad attacchi di questo tipo (estromesso dal board di Rcs aveva definito John Elkann «un ragazzino»), critica tutta la gestione della Fiat che ruota, a suo parere, intorno «ad un tragico teatrino degli annunci ad effetto da parte del suo inadeguato amministratore delegato e in subordine del presidente». Di più. Marchionne ed Elkann «hanno superato ogni aspettativa riuscendo a cancellare importanti impegni che avevano preso nelle sedi opportune nei confronti dei loro dipendenti, del Governo e quindi del Paese».
Ora, si presume, spetterà alla Fiat prendere posizione. Magari anticipando i contenuti del nuovo piano industriale che dovrebbe essere presentato tra un mese e mezzo, il «D Day» è fissato per il 30 ottobre. Con il mercato, quello italiano ed europeo, in profondo rosso, difficile immaginare una conferma degli investimenti previsti. Che già a luglio, è bene ricordarlo, erano stati messi seriamente in discussione dall’azienda, suscitando l’allarme dei sindacati.
Molto più pacate ma nette le reazioni politiche.
«La questione della Fiat è drammatica - sottolinea il segretario del Pd Pierluigi Bersani - perché siamo arrivati alla riproduzione degli anni '70. Nessuno vuole il dirigismo, ma se il governo se ne occupasse sarebbe meglio. Su questo e su altri settori industriali non si scherza, se ci si riduce strutturalmente la produttività industriale come pensiamo di tenere a posto i conti?»
Il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, considera l’annuncio della Fiat «la premessa di un disimpegno dal nostro Paese». «E’ logico - aggiunge - che Fiat assieme a Chrysler costituisca oggi una multinazionale che ha diritto a compiere le scelte più convenienti. Ma se ripensiamo ad anni di politiche di sostegno al settore automobilistico, e alla Fiat in particolare, ciò non può non impensierire».
Sulla stessa linea i sindacati che lanciano un appello al ministro Fornero. Con Susanna Camusso della Cgil che chiude il cerchio delle critiche. «L’accordo di Pomigliano è una barbarie, Marchionne aveva detto di avere un nuovo modello straordinario, ma chiedeva più produttività. L’ha avuta, ma non ha fatto nulla».