Attacco del Cavaliere su Fiscal compact e fondo salva-Stati
ROMA - In formato euroscettico e anti-tasse il rientro sulla scena politica di Silvio Berlusconi che - in un’intervista a tutto campo a Il Giornale, sulla nave da crociera che ospitava alcune centinaia di suoi fan - afferma che il Fiscal compact firmato dal governo italiano con i partner Ue ostacola la crescita, esprime sfiducia sul funzionamento del fondo salva-Stati, promette di abolire l’Imu e non perde l’occasione di prodursi in uno spinoso endorsement a Matteo Renzi contro Bersani e Vendola.
Il Cavaliere definisce «cosa assolutamente impossibile» il rispetto dell’obbligo stabilito dal Fiscal compact di una riduzione del 5 per cento, cioè 40-50 miliardi l’anno, del debito pubblico. «Sarebbe possibile - sostiene l’ex premier - se l’economia fosse in crescita, ma se si interviene aumentando la pressione fiscale si va verso una recessione infinita e si aumenta il deficit». Ricordato che veniva «visto male» in Consiglio europeo quando poneva il veto dell’Italia a queste norme, Berlusconi esprime scetticismo anche nei confronti del recente calo dello spread tra i btp italiani e i bund tedeschi definendolo «un fatto provvisorio».
Decisissimo l’affondo del Cavaliere anche contro il fondo salva-Stati, quell’Esm sul cui varo si sono fondate, nelle ultime settimane, le speranze degli europeisti e la ripresa dei mercati. «Il problema dell’Esm - sostiene Berlusconi - è che richiede una maggioranza dell’80% e quindi difficilmente funzionerà: se hai Germania, Finlandia e Polonia che non sono d’accordo non si fa nulla. Si tratta più che altro di un qualcosa fatto intravedere, sulle cui reali capacità di funzionare esistono dubbi grandissimi. E io sono tra i più dubbiosi».
Le estese critiche ai deliberati europei e agli accordi sottoscritti dal governo Monti in sede Ue hanno una proiezione immediata sul piano interno, che il Cavaliere sintetizza così: «Aboliremo l’Imu, la casa è il pilastro su cui ogni famiglia fonda il suo futuro. E senza abbassare la pressione fiscale non si esce dalla recessione». Ce ne sarebbe abbastanza per vederci un programma elettorale che la grande maggioranza del Pdl vorrebbe che trovasse carne e sangue nel corpo del Cavaliere tornato in campo, ma Berlusconi, nell’intervista al Giornale, non si sbilancia più che tanto. Dice sì di sentire «sempre il dovere di non consegnare il Paese alla sinistra», ma quanto al proprio ruolo nella battaglia per impedire questa resa, Berlusconi lo vincola a «come cambierà la legge elettorale». Si vedrà dopo.
Il terreno sul quale, invece, il leader pdl sembra voler entrare a pié pari e subito è quello della contesa sulle primarie del Pd. E lo fa con un imbarazzante endorsement a Matteo Renzi: il sindaco di Firenze, dice Berlusconi, «porta avanti le nostre idee sotto le insegne del Pd. Se Renzi vincesse le primarie si verificherebbe quel miracolo che finalmente il Partito comunista italiano, che tante volte ha cambiato nome ma non idee, diventerebbe finalmente un partito socialdemocratico».
Diverso l’atteggiamento dell’ex premier nei confronti di un’altra new entry nella politica italiana: il Beppe Gillo che Berlusconi liquida come «uno straordinario attore comico che, però, sta facendo ancora quel mestiere. Qualcuno gli scrive il copione lui recita per come ha fatto tutta la vita. Non ci si improvvisa amministratori di un Paese o di una città».
Il Cavaliere non è tenero neppure con un capo di Stato che lo affiancava negli scorsi vertici mondiali: il Sarkozy «la cui arroganza i francesi hanno punito», senza peraltro mettersi al sicuro da un inquietante destino che Berlusconi adombra così: «Presto la Francia finirà come noi, soprattutto con la guida di sinistra che ha ora». Rievocato il rancore dell’ex presidente francese nei suoi confronti, «perché avevo ottenuto la nomina di Draghi alla guida della Bce e perché Bini Smaghi non si dimetteva dal board dell’Eurotower nonostante il danno che stava arrecando all’immagine dell’Italia», il Cavaliere rivendica il successo dell’operazione che ha portato Mario Draghi alla testa della Banca centrale, «nonostante avessi qualche ministro contrario», mentre «i fatti - conclude - hanno dimostrato quanto fosse importante avere lì un italiano».