ROMA Ci sono quelli che avevano creduto nel piano di Marchionne, che avevano sottoscritto Fabbrica Italia e l’avevano difesa dagli attacchi degli scettici. Poi ci sono gli scettici di un tempo combattutti fra l’«io l’avevo detto» e la gravità della situazione che si va profilando. Tutti accomunati dal timore dell’addio di Fiat all’Italia, della chiusura delle fabbriche. «Il tema non è il calo di produzione che riguarda tutti, il tema è che non c’è alcuna politica industriale che contrasti quel calo di produzione e permetta di immaginare di recuperarlo». La Cgil si è trovata dall’altra parte della barricata anche prima che Susanna Camusso ne diventasse segretario. «Sulla Fiat – dice ora – si è giocata una partita anche molto pesante nel Paese sul piano della democrazia sindacale, degli accordi sindacali in ragione di quel piano. Pare evidente che oggi il problema è sapere che quel modello non funziona, che non c’è un piano industriale, che c’è un Paese che è stato ampiamente preso in giro». Fra chi un tempo difendeva il piano Marchionne c’è Luigi Angeletti, leader della Uil. «Non possiamo accettare riduzioni della capacità produttiva. Noi crediamo ancora che la Fiat possa restare una casa automobilistica competitiva ma perchè ciò sia possibile bisogna crederci e fare gli investimenti necessari», dice il segretario generale della Uil. E spiega i motivi per i quali un calo della produzione non è accettabile: «E’ evidente che siamo in una fase di crisi di mercato, ma in Italia, malgrado tutto, si produce un terzo delle auto che si comprano. In Europa la recessione ovviamente finirà». «Ci sono protagonisti e un certo numero di osservatori che delle vicende Fiat sembrano ansiosi di celebrare il funerale a qualche stabilimento e dire addio agli investimenti Fiat in Italia. A tutta questa gente, sembrano sfuggire totalmente le gravi conseguenze che si avrebbero per i lavoratori della Fiat e per tutto il Paese se ciò accadesse», dice il segretario generale della Fim Cisl, Giuseppe Farina, che quel progetto approvò. «La Fiat non è un’azienda come un’altra. Per Torino e per il Piemonte è un simbolo. La famiglia Agnelli ci ha sempre tenuto a essere un riferimento per il territorio, adesso non può scappare alla chetichella», scrive il presidente del Piemonte, Roberto Cota, in un post sul proprio profilo Facebook. «Marchionne si è erto a paladino di certe politiche e ha sfidato l’intero paese, non può permettersi di essere ambiguo sulle risposte perché questo riguarda noi e tutto il Paese». Questo il giudizio di Enrico Letta, vicesegretario del Pd. Per Letta, è una vicenda «molto grave, molto complicata. Il governo si sta muovendo e lo spingiamo a muoversi. Il caso Fiat è complicato per il grado di aspettative e impegni anche in termini di sfide che Marchionne si è preso nei confronti del Paese». «Sulla Fiat bisogna intendersi. Siamo stati del tutto consenzienti ad