Angeletti: «Non accetteremo che sia ridotta la produzione»
ROMA - Il pressing è su un doppio fronte. Sull’azienda affinché rispetti le promesse fatte e sul governo affinché convochi al più presto l’amministratore delegato Sergio Marchionne per fare chiarezza sul futuro degli stabilimenti italiani. Rimane alta l’attenzione sul caso Fiat e sull’annuncio dell’addio al piano Fabbrica Italia. Il dossier è già sul tavolo del ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, anche se per adesso non ci sono convocazioni ufficiali. È probabile che per un po’ si vada avanti con contatti informali.
La vicenda è delicata. Il governo - come ha ricordato Passera - non può sostituirsi alla responsabilità manageriale di un gruppo privato, peraltro quotato, ma ciò non toglie che su Fabbrica Italia c’era stata una sorta di patto con il Paese e ora è di fondamentale importanza capire il ruolo che l’azienda attribuisce all’Italia nella sue strategie future.
I sindacati sono sul piede di guerra. D’altronde proprio sul progetto Fabbrica Italia - che Marchionne diceva pronto a partire a patto di nuovi accordi sindacali e di diverse relazioni industriali conseguiti poi con il cosiddetto «modello Pomigliano» - si sono consumati strappi e giornate di lotta tra Fim Cisl e Uilm da una parte, e Fiom Cgil dall’altra. Chi allora ci mise la faccia, adesso - come fa il leader Cisl Raffaele Bonanni - dice di non essere pentito. Ma chiede che i patti siano rispettati. E avverte: «Un caso è sospendere i programmi, un altro invece è cambiarli». Categorico il numero uno Uil, Luigi Angeletti: «Non possiamo accettare riduzioni della capacità produttiva». Quindi il Lingotto faccia «gli investimenti necessari».
Susanna Camusso, leader Cgil, lancia un’idea: «Le tre organizzazioni dei meccanici utilizzino questa occasione per fare una proposta unitaria e riaprire il confronto con la Fiat e con il governo». Detto ciò la segretaria generale crede che il tema sul tavolo non sia «il calo di produzione che riguarda tutti: il tema è che non c’è alcuna politica industriale che contrasti quel calo di produzione e permetta di immaginare di recuperarlo».
Alla crescente preoccupazione dei sindacati fa eco quella dei politici. «Il governo non chieda, pretenda un incontro con la Fiat» esorta il capogruppo Pd in commissione Lavoro al Senato, Cesare Damiano. Mentre Enrico Letta, vicesegretario del Pd, si rivolge direttamente a Marchionne: «Si è erto a paladino di certe politiche e ha sfidato l’intero Paese, non può permettersi di essere ambiguo sulle risposte». Il sindaco di Torino Piero Fassino sollecita il governo «a non essere semplicemente notaio».
Anche nel centro destra la preoccupazione è palpabile. Avverte il governatore del Piemonte, il leghista Roberto Cota: «La Fiat non può scappare alla chetichella». E il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, concorda: «Marchionne non andava osteggiato per ragioni ideologiche quando ha definito il piano denominato Fabbrica Italia, ma non va certo preso a scatola chiusa adesso che sembra smantellarlo». Non mancano evocazioni della famosa marcia dei 40.000: la versione rivisitata al 2012 è proposta per il 13 ottobre davanti ai cancelli di Mirafiori dal deputato Fli, Deodato Scanderebech.