ROMA Le montagne russe degli instant poll, degli exit poll, delle proiezioni, dei dati ufficiali del Viminale hanno dato un ritmo sincopato a quel che per la verità - nel crescente, doloroso stupore del centrosinistra contrapposto alle montanti vampate di gioia dello schieramento berlusconiano - si era più o meno capito fin da subito. E cioè che il Senato, frontiera vera degli equilibri della legislatura che si apre, appare di fatto ingovernabile. I timori di stampo pessimistico della vigilia, dunque, si sono avverati. Al fotofinish, grazie al successo in Piemonte, il Pd è il primo partito, ma il centrodestra segue di una incollatura. I grillini hanno ottenuto un boom di consensi come era ampiamente prevedibile e tuttavia il micidiale meccanismo di attribuzione su base regionale dei seggi li ha penalizzati in termini di rappresentanza. Mentre, in linea con quanto accaduto anche alla Camera, la lista civica di Monti subisce una batosta vera, raccogliendo una manciata appena di senatori: qualcosa vicino ai nove-dieci seggi, meno della metà dei benauguranti (e chissà quanto giustificati) auspici delle settimane prima del voto.
SEGGI IN BILICO
Dunque si alza il sipario su un panorama politico che, ai fini della governabilità, mette i brividi. I dati si sono accavallati senza ordine per tutta la giornata Ma la fotografia numerica non è, allo stato, utile bussola per capire se ci sarà una maggioranza, e di che tipo. Per intenderci. Complice la vittoria del centrodestra in parecchie regioni chiave: a partire dalla Lombardia (dove lo scarto a favore dell’asse Pdl-Lega è addirittura di dieci punti percentuali su Pd-Sel), per passare alla Campania, alla Puglia, al Piemonte, alla Sicilia, il fronte berlusconiano si è accaparrato una marea di premi di maggioranza a livello locale con il risultato che si attesta a quota 110 seggi, nove in meno del centrosinistra. Il medesimo meccanismo ha funzionato sul Pd pur se il bottino complessivo è apparso inferiore alle attese. Il risultato è che Bersani si attesta a quota 119, distanziando così l’asse Pdl-Lega. Il tritacarne regionale ha altresì penalizzato anche il vero vincitore delle elezioni, ossia il Movimento 5Stelle di Beppe Grillo, che raccoglie poco meno di sessanta senatori. I centristi di Monti si fermano a 19 seggi. Il Professore non ha sfondato nel Paese; l’Udc, come spiegato da Casini, ha fatto la donatrice di sangue subendo però in questo modo un’emorragia di consensi che l’ha portata intorno al 2 per cento. Di Futuro e Libertà non si hanno notizie: di fatto gli elettori l’hanno azzerata. Rivoluzione Civile di Ingroia non ha superato lo sbarramento nè al Senato nè ala Camera: dunque non ha rappresentanza parlamentare.
EQUILIBRI PRECARI
Questi, appunto, i numeri, senza però contare i sei senatori esteri, la cui ripartizione arriverà oggi o presumibilmente anche dopo. E’ a partire da questo computo che entra in gioco la politica. Pd e Pdl si rivolgono entrambi a Grillo per verificare la possibilità di intese di governo. L’accordo Berlusconi-5Stelle potrebbe contare su 166 seggi. Poiché il quorum di maggioranza a palazzo Madama è pari a 158, il margine di sicurezza sarebbe seppur di poco garantito. Assai più robustamente si presenta una eventuale intesta tra il centrosinistra di Bersani e il Movimento 5stelle. In questo caso, infatti, l’alleanza potrebbe contare su 175 seggi, diciassette in più del quorum richiesto. In pratica il doppio di quanto accadrebbe se a braccetto di grillo finisse il centrodestra. Nessuna possibilità, invece, per accordi con i seguaci del premier: troppo esigua la pattuglia centrista, infatti, per poter assicurare la governabilità.
LARGHE INTESE O GOVERNISSIMO
I due maggiori partiti, dunque, all’inseguimento di Grillo. Il quale, però, ha più volte detto che non intende allearsi con nessuno. In attesa di sapere se cambierà o no, e in che direzione, idea, sempre numericamente parlando ci sarebbe anche l’abbraccio Pdl-Pd, che a quel punto non avrebbe problemi di numeri. Eventualità, tuttavia, decisamente rigettata da entrambi i partiti: più che una alleanza avrebbe le sembianze di un ircocervo.
Dunque? Messa così, la politica appare inadeguata a sbrogliare la matassa. Con il risultato che si fa concreto lo spettro di un immediato nonché devastante ritorno alle urne. Sbocco da tutti (ma al momento i grillini tacciono) rifiutato. Ancora una volta toccherà a Giorgio Napolitano cercare di sbrogliare la matassa: un anno fa provò a farlo offrendo l’incarico di formare il governo a Mario Monti, il cui operato però gli elettori non hanno premiato. Adesso il compito che lo attende appare davvero impervio. Non va dimenticato, infatti, che le Camere si riuniscono il 15 marzo e il mandato dell’inquilino del Quirinale termina appena un mese dopo.