Pensavano di essere in vantaggio di otto punti. Talmente in vantaggio da sconsigliare le passerelle abruzzesi ai big nazionali. Persino Bersani ha snobbato l’Abruzzo per concentrarsi sulle regioni in bilico. Lombardia, Sicilia, Campania. L’Abruzzo no, l’Abruzzo ce l’abbiamo in pugno dicevano i democrat sicuri di avere la vittoria in pugno. Cronaca di una vittoria annunciata e mai pervenuta. Una batosta così non se l’aspettavano gli uomini del Pd abruzzese che in poche ore hanno visto resuscitare Berlusconi ed esplodere il fenomeno Grillo, tutto a scapito dei famosi otto punti. «Sì, abbiamo sottovalutato la rabbia anticasta che è cresciuta in Abruzzo - spiega il numero uno della lista Pd alla Camera Giovanni Legnini - anche se avevamo ben chiara la forza del movimento 5 stelle, non avremmo mai immaginato che in poco tempo avrebbe acquistato questa consistenza elettorale». E quindi il vero vincitore è Grillo secondo Legnini, «è del tutto fuori luogo invece l’esultanza del Pdl che perde 16 punti percentuali. In Abruzzo il Pd si è attestato tre punti sotto la media nazionale: abbiamo perso pagando gli effetti della crisi e il sostegno al governo Monti e, seppure in misura minore, il prezzo dei gravi fatti del 2008». E se in Abruzzo il prezzo pagato è stato ancora più alto, è per colpa del grave disagio sociale che si manifesta in questa regione, aggiunge Legnini. E’ chiaro che adesso cambieranno gli scenari in vista delle prossime regionali. La parola d’ordine è aggregare: movimenti, associazioni civiche, cittadini. Anche se la foto di Vasto non tornerà più in auge e nè le vecchie auspicate alleanze con i centristi. Questo dicono nello statomaggiore Pd che però dovrà prendere atto di un mutato quadro politico: adesso sono tre le forze in campo, e per di più della stessa consistenza. Il tripolarismo targato Abruzzo.
Errori, tanti. Il primo, lo ammette lo stesso Legnini: non essere andati a votare subito, lo scorso anno. Il secondo: aver sottovalutato la rabbia anti casta e anti partiti. Il segretario regionale Silvio Paolucci rifiuta responsabilità dirette: «Non mi dimetto - dice - se ci dovesse essere un nuovo congresso nazionale, allora ci potrebbe stare, ma così no. Grillo ha preso il 30 per cento ovunque, non solo in Abruzzo. Tutti ci aspettavamo di più alle politiche, ma era un voto politico nazionale, non amministrativo regionale, e quindi anche se avessimo avuto un punto in più al Senato, da un punto di vista politico non sarebbe cambiato molto».
Più critica la neo senatrice Stefania Pezzopane: «Ora è necessario un forte bagno di umiltà. Bisognerà interrogarsi sulle motivazioni di questa forte emorragia di voti e della crisi dei partiti tradizionali. Credo che ci abbiano penalizzato le scelte fatte a livello nazionale. Il sostegno che il Pd ha dato al governo Monti è stato vissuto male. Sono stati sottovalutati troppo i temi riguardanti il rinnovamento della politica, lo scadimento morale, la corruzione, i costi della politica. Gli abruzzesi che ci hanno sostenuto, e non solo quelli, possono stare certi: porterò in Parlamento l’Abruzzo, concentrandomi su tutti i temi di cui ho parlato durante la campagna elettorale. Lavoro, ricostruzione, emergenza sociale ed economica. E soprattutto nuova politica».
Ma il timore è che, oltre a Grillo e alla ripresa di Berlusconi, si sia nuovamente insinuato nel Pd quel virus che lo attacca ogni volta che sente di avere la vittoria in tasca: sedersi e dare per scontato ciò che scontato non è. «Noi abbiamo fatto una campagna elettorale intensa, battendo i territori pezzo a pezzo - spiega Legnini - Non riesco a rimproverarmi nulla. Il risultato abruzzese risente di quello nazionale». Infatti è sempre stato così: quando per il centrosinistra a livello nazionale va bene, in Abruzzo va un po’ meglio. Quando va male, va sempre un po’ peggio. L’importante è non consolarsi troppo.