Nella festa dei grillini si parla poco o niente. Piccone, stop a Pagano
PESCARA Il respiro di sollievo per la batosta scampata si trasforma in fiato ritrovato man mano che le ore passano e il sudore freddo si asciuga, poi dalle parti di mezzogiorno, nell’open space di piazza Salotto, diventa ruggito: «Abbiamo vinto. Vinto! Grazie Berlusconi, un applauso al presidente!». Gaetano Quagliariello guarda il drappello di parlamentari Pdl che lo circonda, mai pensava di ritrovarsi a urne chiuse addirittura in sette, anche se nega di aver mai covato un simile pensiero: «La differenza tra noi e il Pd è che noi scendiamo in campo per vincere, sapevamo che ce l’avremmo fatta». Applausi. Si toglie uno ad uno i sassolini dalle scarpe: «Chi è andato via, chi ha voluto battere altre strade ora fa i conti con una sconfitta». Il sassolino principale ha il volto di Carlo Masci, bersaglio prediletto. Applausi. Poi, magnanimo: «Onore a un grande avversario, Franco Marini. Mi dispiace davvero per lui». Applausi timidi, è il giorno dell’orgoglio ritrovato, il fair play va bene ma non troppo. Infine l’omaggio a Gianni Chiodi: «Il suo buon governo e il suo lavoro intenso accanto a noi in questo mese sono stati decisivi per il successo. Inizia da qui la campagna per le regionali».
L’AFFONDO DI CHIODI
Il governatore punta dritto sul Pd: «Erano arroganti, si sentivano già vincitori. Avevano dimenticato che abbiamo grandi capacità di recupero. All’Aquila mi hanno accusato di tutto, ma ora la ricostruzione è ferma e le elezioni si sono rivelate un disastro. Cialente mi riterrà anche responsabile della sconfitta del Pd?». Risate, ma Filippo Piccone già incalza: «Sì, ci guardavano con disprezzo, come gente già sconfitta, divisa, in rotta. In rotta? Proprio no: da noi si lavora tutti uniti al 95%, e il 5% che protesta per trarne vantaggi finisce male, come si è visto». Si alza una domanda: «Ma vi siete accorti dell’enorme numero di voti che avete perso da un’elezione all’altra?». Piccone scaccia via l’interrogativo molesto come una mosca impertinente: «In cinque anni le cose cambiano».
Già, i voti persi in cinque anni, il pesante passo indietro. Non se ne parla, qui nell’open space, così come non si parla dei grillini. Il nemico resta il Pd, resta il centrosinistra. Come se i grillini non fossero diventati il primo partito della regione, come se davvero le elezioni il Pdl le avesse stravinte, come se l’Abruzzo fosse una colonia del centrodestra senza interferenze («Siamo uno dei Pdl più forti d’Italia!»), come se la battaglia per le regionali non contemplasse, ora, un solido concorrente in più. Per fortuna c’è Fabrizio Di Stefano che fa professione di realpolitik: «Calma, teniamo i piedi per terra. Abbiamo ottenuto un grande risultato, ma qui ci sono tantissimi voti da recuperare, dobbiamo capire perchè siamo stati abbandonati da chi ci aveva votato un’elezione fa. Dobbiamo riavvicinare questa gente perchè torni ad avere fiducia in noi. Solo così potremo vincere le regionali».
Ma la sala vuol pensare ad altro. Al crollo evitato, a quelle percentuali insperate, alla festa degli eletti. Per un Ratzi che lascia il papato c’è un Razzi che si sente un papa, c’è una Chiavaroli felicemente incredula, e poi Pelino, Tancredi, e Piccone che ora gonfia il petto forse pensando a quella promessa di cedere il coordinamento regionale a Nazario Pagano. Doveva rimettere insieme i cocci, Pagano, invece è festa. E la festa nessuno vuole lasciarla ad altri. Pagano aspetterà.