MILANO Parla come Geroge W. Bush parlò da una portaerei durante la guerra in Iraq: «Missione compiuta». Il conflitto iracheno andò avanti ancora a lungo. La guerra di Maroni è appena cominciata, e non sarà una cosa semplice. Non a caso esulta per la vitoria in Lombardia, poi mette le mani avanti. «E’ quello che volevo. E sapevo che per ottenerlo ci sarebbe voluto un accordo con Berlusconi che ci avrebbe danneggiato dal punto di vista dei consensi. Ma era tutto calcolato». Parla più al singolare, dice più spesso «io» anziché «noi», e forse anche questo è calcolato.
DEDICATO A MANGANELLI
Pure Umberto Bossi viene a godersi la vittoria al suo fianco. Maroni dice: «Abbiamo salvato la Lega». Il vecchio capo urla «Padania». Parola che invece il suo successore non usa quasi più. Preferisce anzi guardare a Roma, e dedicare un pensiero a Manganelli che era suo capo della polizia ai tempi del Viminale. Del resto la «nuova Lega» di Maroni ha giocato tutto sul cambio di stile. Nel nord non ha funzionato ed è stato un fallimento, in Lombardia ha funzionato anche se i numeri non sono entusiasmanti.
Le percentuali dicono 43 per cento per lui e 38 per il secondo arrivato Umberto Ambrosoli (centrosinistra). Un buon risultato se si tiene conto che alla vigilia del voto i due parevano impegnati in un testa a testa destinato a risolversi per una manciata di consensi. Tuttavia c’è anche l’altra faccia dei numeri, meno lusinghiera per il neo governatore. Rispetto a Camera e Senato, alle regionali il divario dal centrosinistra si è ridotto da 8 punti a 5. E non solo: il 43 per cento è il punto più basso ottenuto dal centrodestra in Lombardia dal 2000.
IL 10 PER CENTO
Maroni parla di sé, più che del partito, perché è convinto di aver dato - col suo nome e la sua fama - una spinta decisiva per arrivare alla vittoria: «E’ stata una sfida terrificante» dice. E lo è stata soprattutto per la Lega. Ha preso il 13 per cento dei voti, che è meno della metà di quanto ottenne alle regionali del 2010. Però la lista civica che portava il nome del candidato governatore ha superato il 10 per cento: «Sono tutti voti che ho portato io, gente che mi ha scelto pur non volendo votare Lega».
Adesso dovrà usare il bilancino per preparare la nuova giunta, e non sarà semplice visto che il principale azionista rimane il partito dei berluscones: «Io so solo che l’assessorato allo Sport lo darò all’ex olimpionico Rossi». Ma è l’unica cosa che anticipa. Meglio staccare la spina per un po’ e riflettere. Da oggi due giorni in montagna, sulle piste da sci a godersi «una vittoria che ha consentito di raggiungere il mio principale obiettivo».
BOSSI SUL CHI VA LA’
Rimane da verificare se era anche il principale obiettivo del partito. Il tonfo del Carroccio in Veneto, Piemonte e nelle altre regioni del nord alla pancia leghista continua a non garbare. «Era un prezzo da pagare, lo sapevamo. Ma il risultato di oggi ci dice che ne valeva la pena» si giustifica lui. Matteo Salvini, che sta al suo fianco e che come lui si è giocato buona parte della propria credibilità, annuisce convinto. Bossi si guarda intorno senza far capire quel che gli frulla in testa. Fuori dalle mura di via Bellerio molti pensano il contrario di quel che pensa Bobo.