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Pescara, 19/06/2026
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Data: 01/03/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Napoli, Berlusconi indagato: per i pm pagò De Gregorio per far cadere Prodi. Le ammissioni nei verbali degli interrogatori «Già nel luglio 2006 decidemmo di sabotare il governo» Di Gregorio «Ho ammesso tutto avevo molti debiti»

L’accusa: corruzione e finanziamento illecito. L’ex senatore ai magistrati: presi 3 milioni. Sequestrata una cassetta di sicurezza

L’INCHIESTA
NAPOLI Tre milioni di euro per sabotare il governo Prodi, per dare la spallata a un esecutivo traballante, per andare alle urne, quindi al potere. Secondo il senatore Sergio De Gregorio, tanto è costata ”l’operazione libertà”, il piano politico attuato tra il 2007 e il 2008 per far cadere il governo di centrosinistra di Romano Prodi. Eccola l’inchiesta sulla compravendita dei voti, o meglio, della «funzione senatoriale», secondo quanto emerge dai quattro interrogatori resi da De Gregorio tra dicembre e gennaio scorsi.
SEQUESTRO
C’è quanto basta a spingere ieri la Procura di Napoli a un nuovo atto a sorpresa, con il sequestro di una cassetta di sicurezza riconducibile a Silvio Berlusconi e con una doppia richiesta alla Camera e al Senato: per ottenere l’autorizzazione a procedere a sequestrare il contenuto della cassetta di sicurezza, ma anche per acquisire i tabulati di utenze telefoniche riconducibili a Berlusconi e allo stesso De Gregorio. Corruzione e finanziamento ai partiti a carico di Silvio Berlusconi, del presunto faccendiere ed ex direttore de L’Avanti Valter Lavitola e del senatore De Gregorio. Vicenda archiviata in un recente passato - tra il 2007 e il 2008 - per poi essere riaperta, grazie alla dichiarazioni rese da De Gregorio, nel frattempo coinvolto (assieme a Lavitola) per la presunta truffa da 23 milioni di euro per i fondi pubblici riservati a L’Avanti (per De Gregorio il Parlamento ha respinto richiesta di arresti ai domiciliari).
OPERAZIONE LIBERTÀ
La svolta, dunque, in una manciata di giorni, appena pochi mesi fa: quattro interrogatori dal 27 dicembre al sette gennaio. Assistito dal legale di fiducia Carlo Fabozzo, De Gregorio firma l’operazione verità, il racconto del dietro le quinte della fine del governo Prodi. In pochi mesi, ha spiegato il senatore, un fiume di denaro portato nella sua stanza d’albergo da Lavitola, indicato come intimo del premier e mediatore dell’affare: valigette con tranche da 250mila euro, banconote da 500 euro una sull’altra. Non c’è solo De Gregorio a parlare. Conferme arrivano anche dalla ex segretaria del senatore, che aveva la delega a depositare nei conti correnti (ne erano centinaia) del senatore i soldi della trattativa; ma anche dal commercialista Andrea Vetromile e da un ex portaborse di De Gregorio. Inchiesta coordinata dai procuratori aggiunti Federico Cafiero de Raho e Francesco Greco, al lavoro i pm Francesco Curcio, Henry John Woodcock, Alessandro Milita, Vincenzo Piscitelli, Fabrizio Vanorio.
MILIONI IN NERO
Stando al racconto di De Gregorio, un milione sarebbe arrivato in chiaro, cioè con un finanziamento trasparente alla rete Italiani nel mondo; due milioni in nero, soldi versati sottobanco. Altri riscontri, secondo i pm, emergono da tracce investigative, come la lettera che il politico italo-argentino Carmelo Pintabona avrebbe dovuto recapitare a Berlusconi, un testo nel quale l’allora latitante Lavitola chiedeva cinque milioni di euro anche per il ruolo svolto durante «compravendita dei senatori»; e dal memoriale dello stesso Lavitola, reso ai pm a Napoli nel chiuso del carcere di Poggioreale. Una questione di numeri, spiega oggi De Gregorio: «Al Senato c’erano 158 voti a favore del centrosinistra contro 156 e io ero il numero 158, quindi da me dipendeva tutto. Fu così che mi proposi a Berlusconi, nel chiuso di una stanza di Palazzo Grazioli, fu così che battezzammo l’operazione libertà o sabotaggio di Prodi. Come presidente della Commissione difesa al Senato iniziai a pronunciare pareri negativi contro le scelte del governo, poi quando si trattò di votare per la fiducia ci andai in barella, causa colica renale, dopo l’incoraggiamento dello stesso Berlusconi».

«Già nel luglio 2006 decidemmo di sabotare il governo»
Le ammissioni nei verbali degli interrogatori

ROMA L’accordo con Silvio Berlusconi per far cadere il governo Prodi avvenne subito, già nel luglio 2006 quando il centrosinistra si era insediato da poco. Cinque anni dopo la prima inchiesta sulla compravendita dei senatori che decretò la fine della legislatura, il senatore Sergio De Gregorio ammette quello che aveva sempre negato, in un due lunghi interrogatori tra dicembre e gennaio scorsi: «Ho ricevuto due milioni di euro in contanti a tranche di due, trecentomila euro alla volta, peraltro avendo debiti fino al collo li ho versati in contanti sui conti delle società, e se ci andate trovate un sacco di versamenti», ha detto a verbale. Specificando che la gestione della vicenda era affidata all’ex direttore dell’Avanti Valter Lavitola: «Lavitola mi dice di non preoccuparmi perché avrebbe fatto tutto lui e di non parlare più di questioni di soldi con Berlusconi».
Una parte dei soldi ricevuti dal senatore pdl Sergio De Gregorio sarebbero arrivati anche alla camorra. I pm non specificano il collegamento, ma spiegano che da questi passaggi di denaro nasce la riapertura delle indagini su Nicola Cosentino: «Risultava in particolare che agli estremi - cioè all’origine e alla fine - di alcuni flussi economici che passavano per le attraverso le società ed i conti del senatore De Gregorio si ponevano da una parte l’allora capo dell’opposizione Silvio Berlusconi e dall’altro soggetti vicini ad un’associazione camorristica operante nell’area napoletana».
L’INCONTRO A PALAZZO

L’idea di far cadere il governo Prodi, scrivono i pm napoletani nella richiesta di autorizzazione a procedere, era chiamata «Operazione libertà». E’ proprio su questo accordo che De Gregorio, in un secondo interrogatorio a gennaio 2013 ammette che l’intesa è del 2006, ben precedente all’ingresso del suo Movimento degli italiani nel mondo nel Pdl: «A questo punto devo ammettere che l’accordo si consumò nel 2006, non nel 2007, che il mio incontro a palazzo Grazioli servì a sancire la mia previsione di cassa, di necessità complessiva di tre milioni di euro e che immediatamente partirono le erogazioni». L’attacco al centrosinistra non parte subito: «Fui io stesso a chiedere tempo al presidente tempo al presidente Berlusconi, non volevo che il mio atto fosse cosi repentino».
L’obiettivo era destabilizzare il governo Prodi: «Un sabotaggio attraverso una serie di azioni che avrebbero indebolito sicuramente il governo Prodi all’interno già della sua eterogeneità. Ma nessuno mi ha dato mai istruzioni sugli atti - spiega De Gregorio - Chiesi autorizzazione al presidente Berlusconi a lavorare sull’indecisione del ministro Mastella».
GLI ALTRI PARTITI

Sulla somma da ricevere, De Gregorio chiese chiarimenti, ma gli fu spiegato che anche altri partiti avevano ricevuto soldi: «Mi venne spiegato che gli altri partiti minori avevano ricevuto somme più o meno uguali se non inferiori. Ricordo addirittura che la cifra di 700mila euro, non di un milione fu indicata per non far irritare Rotondi, la Mussolini e gli altri che avevano ricevuto sostegni equivalenti a questo contratto, quindi per non creare una rivoluzione tra i soggetti minori».
I CHIARIMENTI DI GHEDINI

Nel corso dell’ultima estate e prima di decidersi a confessare, De Gregorio ha incontrato alcuni esponenti di peso del Pdl. Ad esempio Ghedini: «Sono stato dall’onorevole Ghedini il 5 maggio del 2012 e l’11 maggio del 2012 e gli ho detto: guarda, tu probabilmente non lo sai perché non eri parte di questa transazione, ma io ho ricevuto dal presidente oltre il milione di finanziamento in contanti. Dico: vuoi chiedere al presidente se posso avere un aiuto per evitare il fallimento di quelle società? E lui mi disse che l’unico aiuto lo avrei potuto avere come partito, nel 2013». In seguito, De Gregorio avrebbe chiesto sempre a Ghedini di farlo accreditare come produttore per Medusa film: «Mi disse ne parliamo con Medusa mi sembra una buona idea».
LA RICHIESTA A DELL’UTRI

Dell’idea di uscire dalla politica per fare altro, De Gregorio avrebbe parlato la scorsa estate anche con Marcello Dell’Utri: «Ci siamo visti all’hotel Sen Regis e io gli ho detto guarda, Marcello, voglio soltanto dirti quali sono le cose che io ho fatto per il presidente Berlusconi in quanto alle quali credo, non volendomi candidare, di meritare in qualche modo un riconoscimento per il mio futuro, per la mia vita futura». «Sto parlando del mio intervento con gli americani per mandare a casa Prodi», accenna De Gregorio anche se la spiegazione successiva è omissata.

«Ho ammesso tutto avevo molti debiti»

L’INTERVISTA
ROMA Senatore De Gregorio, dunque è tutto vero? Ha accettato soldi in nero per far cadere il governo Prodi?
«L’ho ammesso davanti ai pubblici ministeri. Tutto quello che dovevo dire l’ho detto ai magistrati. Ho parlato con loro e parlerò ancora, con tutte le procure che riterranno di convocarmi a Napoli o anche in altre parti d’Italia».
Il suo Movimento degli italiani nel mondo era uno dei fondatori del Pdl. Perché ha deciso di accusare Berlusconi?
«Non provo nessun sentimento di astio né di vendetta nei confronti del presidente Berlusconi. Semplicemente ho deciso che dovevo fare chiarezza sulla mia vita politica e personale. Non voglio fare la figura dell’Al Capone di turno, del delinquente abituale. Era giusto che dicessi quello che avevo da dire e se questo può danneggiare qualcun altro me ne dispiace ma non potevo fare altrimenti».
La sua esperienza politica finisce qui?
«Al momento non ci penso. Penso soprattutto alla mia famiglia che è stata distrutta dalle vicende giudiziarie degli ultimi anni. Per difendermi ho disperso il nostro patrimonio, ho rovinato l’esistenza a mia moglie e ai miei figli, abbiamo subito tante cattiverie ingiustificate. E ora abbiamo debiti da ripagare e una vita da ricostruire».
Quando ha interrotto i suoi rapporti col Pdl?
«Guardi, hanno insistito in molti chiedendomi di candidarmi di nuovo a queste elezioni. Io avevo rifiutato, ma in cambio avevo proposto di candidare due giovani cresciuti nel mio movimento e per tutta risposta li hanno messi alla quattordicesimo posto, rispettivamente delle liste presentate in Campania uno e Campania due. Una mossa che non mi è piaciuta, e infatti ho fatto ricorso al tribunale civile di Roma, impugnando lo statuto del Pdl. Al momento il ricorso è stato respinto, ma presto dovrei ricevere la risposta della corte di Appello».
E quindi adesso cosa farà?
«Per il momento mi preparo a subire gli arresti domiciliari. Il 15 marzo, quando decadrò definitivamente dalla carica di senatore l’arresto scatterà praticamente in automatico. Poi non lo so, la storia è come una ruota che gira. Pensi ad Antonio Di Pietro. Mesi fa ho dato un intervista in cui prevedevo che io non sarei tornato in parlamento ma neppure il leader dell’Idv e avete visto com’è andata a finire».
E con Berlusconi ha più parlato? Gli aveva detto che sarebbe andato dai magistrati?
«Gli ho scritto a settembre. Una lunga lettera in cui spiegavo che se si vuole fare il rinnovamento di un partito, bisogna agire drasticamente davvero. Non ha senso metter fuori persone come me o come il senatore Dell’Utri e invece Luigi Cesaro, il presidente della provincia di Napoli, è candidato pur essendo pure lui indagato per fatti molto pesanti. Ribadisco: non provo astio, non è da me nessun sentimento brutale nei confronti di Berlusconi. Ora devo solo disintossicarmi dalla droga della politica. Anche questa crea dipendenza».

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