Le crepe aperte nel Pd dal terremoto del voto si allargano di giorno in giorno. Anche in Abruzzo è iniziato il processo alla dirigenza di un partito che si scopre d’un tratto scollato dalla realtà del Paese, così preso dai tatticismi da non riuscire più a intercettare la voglia di cambiamento della gente. La rabbia cova tra gli stessi rappresentanti delle istituzioni. Ieri il consigliere regionale Claudio Ruffini ha ufficializzato le sue dimissioni dagli organi regionali e provinciali del Pd con una nota che suona come un duro atto d’accusa. E nello stesso giorno il primo cittadino di Pineto Luciano Monticelli ha ripreso a tessere la sua «Tela dei sindaci» per mandare a casa «i vecchi dirigenti malati di burocratismo» e costruire il nuovo Pd. «Via i burocrati, via i dirigenti autoreferenziali», tuona Monticelli, e largo a chi lavora tra la gente: sindaci e amministratori locali ogni giorno in trincea, bersaglio «della rabbia e dell'insoddisfazione delle persone in difficoltà, per le tasse che aumentano e il lavoro che manca». La sconfitta del Pd, per il sindaco di Pineto, «è figlia di una dirigenza che invece di allargare la base ha praticamente allontanato anche i futuri elettori, impedendo ai ragazzi di 17 anni di votare alle primarie. Questi dirigenti devono andare via, perché hanno dimostrato di essere incapaci di interpretare i bisogni della gente e i problemi delle famiglie. Avevamo la vittoria in tasca - commenta Monticelli - ma con la loro politica stolta sono riusciti a farci perdere il consenso». Lui non se ne starà con le mani in mano. «Voglio ripartire dalla Tela dei sindaci, avvierò contatti con tutti gli amministratori del centrosinistra, anche con i consiglieri comunali di quelle amministrazioni in cui il Pd è all’opposizione - spiega -. Siamo noi, sindaci, assessori e consiglieri, che ogni giorno ci confrontiamo con i problemi piccoli e grandi della gente».
L’immagine di un Pd autoreferenziale e chiuso al cambiamento emerge anche dalle parole di Claudio Ruffini. Il suo malessere covava da mesi tanto che le dimissioni dagli organi regionali e provinciali del partito risalgono a gennaio. «Non avevo reso nota la mia decisione per non creare problemi di sorta - spiega il politico teramano -. Ero e resto del parere che più che “apparire” e difendere le proprie posizioni, il Pd aveva e ha bisogno “di sporcarsi le mani nel fare”, nell’interesse del bene comune». Ora che le macerie del consenso sono sotto gli occhi di tutti, il Partito Democratico dunque deve fare autocritica e ripartire dalle cose più semplici: le piazze, la gente. «Le recenti elezioni politiche che ci hanno visti sconfitti sul campo devono aprire una profonda riflessione, preludio a una radicale revisione, sia delle politiche messe in campo, sia degli organismi dirigenziali - dice Ruffini -. Si è chiusa una fase e bisogna al più presto aprirne una nuova». Il consigliere regionale rivolge il suo appello soprattutto alle forze «sane e giovani che vogliono rompere con il passato». Queste forze ci sono, bisogna solo «renderle protagoniste dell’agire politico. Dobbiamo avere il coraggio di abbandonare gli elementi tattici, tipici dei vecchi partiti, e iniziare a riempire con nuove strategie la mancanza di risposte nei confronti di un elettorato che avanzava da tempo richieste chiare di cambiamento: meno parlamentari, taglio ai costi della politica, maggiore attenzione ai problemi quotidiani dei cittadini e dei più deboli». Il Pd di Bersani questi problemi «li ha solo percepiti, ma non li ha affrontati con decisione. Stesso discorso vale per l’Abruzzo. Anche qui serviva maggiore coraggio, e ora il risultato è sotto gli occhi di tutti - commenta Ruffini -. Lascio quindi dopo tanti anni il mio posto negli organismi del Pd, in favore di un rinnovamento da sempre auspicato ma mai attuato. Non lascio e non abbandono il Pd, a cui riconosco ancora tanti meriti e una centralità all’interno dello scenario politico italiano. Possiamo tornare ad essere l’alternativa che il Paese chiede, ma per essere all’altezza di questo compito dobbiamo ripartire dalle cose più semplici, come tornare nelle piazze e tra la gente comune. Dobbiamo ripartire “dando l’esempio”».