Il presidente di Amt commenta soddisfatto il primo bilancio (quasi) positivo dell'azienda genovese. E sottolinea come tale risultato sia stato possibile grazie alla nuova alleanza pubblico- privato statuita con l'ingresso di Transdev nel capitale dell'ex municipalizzata. Più che comprensibile. Chi legge questo notiziario ricorda bene la cura draconiana alla quale l'azienda è stata sottoposta per rimettere a posto i conti. E ricorda anche come l'ingresso del privato, al quale Amt ha di fatto affidato la gestione della società, abbia consentito l'applicazione di tali misure. D'altronde l'azienda genovese era vicina al tracollo, e ogni cosa è meglio di un fallimento. Comprensibile, quindi, che il presidente dell'ormai risanata Amt difenda la scelta fatta a suo tempo. Ciò non toglie che ci si possa porre una domanda: era possibile per l'Amt raggiungere gli stessi risultati senza l'ingresso del socio privato? La cronaca dice di no. Ma la cronaca racconta anche di come i veti e le diseconomie, di origine politica e sindacale, che avevano indebolito l'Amt avrebbero con tutta probabilità potuto essere rimossi, solo che si fosse voluto. Magari non è successo nel caso di Amt. Ma è successo in altre aziende di trasporto, dove non è stato necessario fare entrare altre aziende nel capitale per razionalizzare i costi, migliorare la gestione e, di conseguenza il servizio per i cittadini. Il caso di Roma è esemplare, da questo punto di vista. A dimostrazione del fatto che non sono i modelli astratti che determinano le storie aziendali, ma le persone che le fanno vivere. Un'evidenza che molti sacerdoti dell'ortodossia liberale fingono di non vedere.