Non basta il pressing dell'Unione sui pacifisti. Dalla Cdl parte subito il coro per le dimissioni
ROMA. La politica estera del governo non supera la prova di palazzo Madama. Le comunicazioni di Massimo D'Alema, che si concludono con una sfida ai senatori dissidenti della sinistra radicale («Chi è contrario voti contro: è il momento delle assunzioni delle responsabilità»), sono bocciate per soli due voti. Il quorum richiesto è 160 ma i sì si fermano a 158, i no a 136 e 24 sono le astensioni (che al Senato valgono come voto contrario). I senatori dell'opposizione si alzano in piedi urlando e tirando per aria fogli e penne. Quindi parte il coro: «Dimissioni-dimissioni».
Tra gli astenuti, a sorpresa, ci sono 2 senatori a vita, Giulio Andreotti e Sergio Pininfarina (che si fa vivo in aula dopo mesi di assenza e dopo una precisa richiesta della Cdl). Due sono invece i senatori dissidenti che contribuiscono a far cadere il governo, Franco Turigliatto (Prc), che si dimette, e Fernando Rossi (ex Pdci-Verdi). A dare un dispiacere a Prodi è anche Oscar Luigi Scalfaro che non vota per colpa di un'influenza che lo tiene bloccato a letto. Francecso Cossiga vota invece contro (ma il suo era un no atteso) mentre a favore del centrosinistra votano i senatori a vita Carlo Azeglio Ciampi, Emilio Colombo e Rita Levi Montalcini.
Il pressing dell'Unione sui dissidenti dell'ala pacifista ha effetto solo sul verde Mauro Bulgarelli, che vota sì ma si dimette dal partito, sul leader della minoranza di Rifondazione, Claudio Grassi, e sulla senatrice dell'Italia dei Valori, Franca Rame. Un'altra sgradita sorpresa per Prodi viene dal transfuga dell'Idv e presidente della commissione Difesa, Sergio De Gregorio, che fino a due giorni fa aveva dato per certo il suo sì a D'Alema. Ma questo voto contrario viene «compensato» dal sì del senatore eletto all'estero, Luigi Pallaro.
Poi, alle 14, si passa al voto finale e la bocciatura «gela» il sorriso di D'Alema, che aveva fatto il suo ingresso nell'aula del Senato con aria serena e, fino a quel momento, aveva ostentato ottimismo. I conti che sono stati fatti e rifatti dagli «esperti» dell'Unione per più di tre ore davano una certa sicurezza. La mozione dell'Unione sarebbe dovuta passare per un solo voto: 159 a 158. Il dato di partenza è che gli «organici» sono 156 per ciascuno dei due schieramenti (a cui si aggiunge il presidente Marini che per prassi non vota). I due indipendenti Pallaro e De Gregorio (che si dividono equamente nelle votazioni). A questo punto l'Unione può contare su 155 voti, la Cdl su 157. Poi ci sono i senatori a vita ma la sorpresa «amara» sta proprio qui. Ai previsti sì di Colombo, Levi Montalcini e Ciampi, l'Unione mette nel conto anche il voto favorevole di Giulio Andreotti che, invece, si asterrà. Poi, con grande stupore di molti senatori del centrosinistra, nell'aula di palazzo Madama si presenta anche Sergio Pininfarina (considerato di area Cdl). «E' vero: contavamo sul voto di Pininfarina e Andreotti», ammette un'infuriata Anna Finocchiaro, presidente dei senatori dell'Ulivo.
Massimo D'Alema, in sede di replica, respinge la mozione di Calderoli perché non è affatto vero che c'è «continuità» con la politica estera di Berlusconi che ha condiviso le scelte «unilaterali» dell'amministrazione Bush ed ha mandato in Iraq i nostri militari. La tensione sale alle stelle. L'Udc annuncia che si asterrà sia sull'ordine del giorno del centrosinistra che su quello presentato dal leghista Calderoli e fatto proprio dalla Cdl. A quel punto, Fini e Berlusconi si telefonano e cambiano il testo della mozione di Calderoli. Il risultato è che la Cdl non approva più le comunicazioni del governo sulla politica estera. In aula va in scena la lotteria dei numeri. L'unione potrebbe passare per un solo voto: 159 a 158. Ma qualcosa non va come deve andare.
Andreotti (che vede approvata con 315 voti la sua mozione che impegna il governo italiano a chiedere spiegazioni sul rapimento dei militari israeliani avvenuto nel luglio scorso) e Pininfarina si astengono (per il regolamento del Senato è come se votassero contro), e i due dissidenti del Pdci e del Prc non fanno marcia indietro. «Non sono pentito e non mi sento responsabile», spiega Turigliatto. «Sono coerente con i miei principi ma voterò la fiducia al governo Prodi quando la chiederà perché questo» afferma Rossi «è il mio governo».