Contestata la bozza attribuita al ministero dell'Economia
ROMA. Rivedere i coefficienti di calcolo delle pensioni significherebbe abbassarle. E di questo non si parla neanche. Così i sindacati respingono al mittente la bozza informale di riforma previdenziale che, reputano, deve essere uscita dai cassetti di Padoa-Schioppa e non da quelli del ministero del lavoro Damiano che ha mostrato, in vari contatti informali, di essere contro ogni revisione al ribasso delle pensioni.
Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, dimostra di essere consapevole di queste distanze tra i membri del governo e prega l'esecutivo «di parlare con una voce sola». «Non si può trattare con un esecutivo che ha due-tre voci», aggiunge, «poi la voce del governo può non corrispondere al pensiero del sindacato, ma questo è il cuore di ogni trattativa. Naturalmente ci vuole un governo che sia un po' più unito e solidale al proprio interno».
Tanto più che ieri Rifondazione ha respinto seccamente le ipotesi circolate sui giornali. «Queste indiscrezioni non mi risultano», ha chiarito Paolo Ferrero ministro della Solidarietà sociale. E rivolto al collega del Lavoro, Cesare Damiano, ha ribadito di essere contrario alla revisione dei coefficienti. Così come il segretario di Rifondazione, Franco Giordano, che ha ribadito una «netta contrarietà» alla revisione.
Nelle federazioni dei pensionati si vive il clima di una imminente convocazione del governo che rischia di essere turbolenta. «Che cosa vuol dire rivedere il coefficiente di calcolo delle pensioni? Ma non se ne parli neppure», sbotta Silvano Miniati, segretario della federazione dei pensionati Uil. «E, contemporaneamente, il governo dice che bisogna alzare le pensioni minime. Riducendo i coefficienti del 6 all'8 per cento molte altre pensioni resteranno inchiodate ai minimi, perchè con quel calcolo tutti andrebbero a prendere il 58 per cento dell'ultimo stipendio. Quanti altri prensionati a 436,14 euro (minimo del 2005) si avrebbero?».
Del resto, i segretari delle Confederazioni la pensano nello stesso modo. «Siamo estremamente contrari alla revisione dei coefficienti», insiste per l'ennesima volta Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl. «Non possiamo accettare ciò che abbiamo sempre considerato inaccettabile, anche se la situazione politica è delicata» chiarisce Luigi Angeletti, segretario generale della Uil.
Da ieri la riforma delle pensioni è sul tavolo dell'Ecofin. E' emerso da uno studio Eurostat che il 27 per cento degli italiani è contrario ad un innalzamento dell'età pensionabile. Per il 22 per cento la soluzione è lavorare più a lungo, per il 6 per cento è meglio accettare pensioni più basse, mentre un altro 22 per cento si oppone a qualsiasi tipo di riforma.
Come risanare le casse della previdenza? I sindacati contestano anche le previsioni in base alle quali se non si abbassano i coefficienti, nel 2050 il rapporto con il Pil arriverebbe al 15,8 per cento, cioè due punti più di oggi.
Il problema è per i sindacati: quanta parte del Pil è oggi destinata alle pensioni? Secondo le federazioni di categoria oggi si spende meno del 13,5 per cento del Pil, mentre il governo ha sempre sostenuto che si spende il 14,2 per cento del Pil. «Ma se fosse davvero il 14,2 per cento, allora con due punti in più si arriverebbe nel 2050 al 16,2 per cento e non al 15,8 per cento», contesta Miniati.
Secondo il governo molte risorse si ricaverebbero dal commissariamento di alcuni enti previdenziali e poi dalla loro unificazione. Finirebbero nell'Inps, l'Inpdap,l' Enpals e l'Ipost. Un risparmio che, secondo i calcoli del governo si aggirerebbe sui 2 miliardi annui. Anche questa prospettiva inquieta i sindacati. Fa paura un'accelerazione improvvisa del progetto di unificazione. L'efficienza, dicono, deve essere il primo obiettivo.
Sul superamento dello scalone di Maroni, dovrebbero essere tutti d'accordo. Il governo chiede che si vada in pensione a 58 anni con 35 di contributi invece che a 60 con 35 anni di contributi. I sindacati però insistono con il principio della «volontarietà» dell'andare in pensione e con gli incentivi per restare a lavorare.