Contrasti sul piano di rientro dai debiti della Sanità. Firma rinviata a domani
Pescara. - Il piano non va. La firma dell'accordo viene rinviata a domani ma non è detto che si
faccia in tempo. E' una corsa contro il tempo quella di assessori e tecnici della Regione Abruzzo puntellata da richieste di chiarimenti, telefonate, fax e scontri telefonici violenti. Roma ha detto no al piano di rientro della
sanità perchè gli introiti delle tasse non sono stati destinati al ripiano del deficit. Rischia di saltare tutto, per questo ieri pomeriggio dall'assessorato al Bilancio alla fine è partito un quesito scritto diretto al dottor Massicci del ministero del Tesoro: di fronte ai tre no del dirigente di Padoa Schioppa nessuno sapeva più che pesci prendere. Meglio mettcre i dubbi per iscritto, allora. Il presidente della Regione, Ottaviano Del Turco dal canto suo ha allestito un ponte politico con Bassolino per mettere in atto una linea di difesa comune. E il malessere è salito alle stelle quando le agenzie hanno mandato in rete l'euforia dei ministri Turco e Padoa Schioppa per l'approvazione del piano di rientro del Lazio, «un caso esemplare» ha esclamato il ministro dell'Economia, «un punto di riferimento per le altre regioni». Tre no, quindi. Il primo riguarda il personale e le spese sui progetti-obiettivo nazionali, ma l'errore è stato subito corretto e archiviato. Il secondo è il più grave, riguarda la destinazione degli incassi degli aumenti Irap e Irpef scattati a giugno scorso in seguito all'applicazione della finanziaria Berlusconi: il ministero contesta che i maggiori introiti siano destinati solo in parte alla copertura del buco della sanità mentre il resto è stato spalmato su altre voci di bilancio. Le contestazioni arrivano via telefono, per questo l'assessore D'Amico salta sulla sedia: «Non si può contestare una legge esecutiva che è stata regolarmente approvata dalla Regione e mai osservata dal governo nazionale», e a quel punto spedisce il quesito scritto. «Contestazioni strumentali», rincara D'Amico. Ma anche la seconda strada, la copertura di una parte del buco col ricorso alla cartolarizzazione di beni della sanità non utilizzati non piace al ministero. Che esige come prova i contratti di vendita che però non ci sono. Le accuse volano ancora per telefono, «ma questo è un piano di rientro virtuale» dicono da Roma che però in serata accorda un parziale via libera. Tanto che stamattina la giunta approverà l'emendamento di bilancio che dirotterà gli incassi delle tasse sulla sanità e coprirà le voci di bilancio rimaste scoperte con la vendita dei beni immobili. Ma a questo punto se la coperta è corta e non si trovano fondi sufficienti, il ricorso a nuove tasse sarà inevitabile. D'Amico le esclude, «è una vicenda paradossale, noi abbiamo le carte in regola», ma il consigliere Gianni Melilla è lapidario: «Gli aumenti dovevano essere destinati alla copertura del deficit: prima di pensare a nuove tasse bisognerà riflettere sulla precedente destinazione delle vecchie». Per la sanità una strada in salita: anche politicamente.