E con Follini e Pallaro c'è anche la maggioranza "politica" degli eletti
ROMA. Romano Prodi supera l'esame più difficile. La fiducia passa al Senato con 162 voti favorevoli e 157 contrari. Due voti in più rispetto alla maggioranza richiesta (160). «Sono molto soddisfatto. Adesso andiamo alla Camera» dice il premier sorridente e rilassato, che - fatti conti - subito nota: «C'è l'autosufficienza sotto tutti gli aspetti, anche senza i senatori a vita che sono comunque uguali agli altri». Domani ci sarà il voto di fiducia alla Camera, dove il governo non rischia, e il Professore può pensare con un po' di tranquillità al suo «nuovo inizio».
La prova generale si è avuta ieri nell'aula di palazzo Madama, dove Prodi ha letto la sua replica senza fare marcia indietro sui Dico, come avrebbero voluto i teodem della Margherita. Ha spiegato che ora la palla è al Parlamento ed ha corretto un po' il tiro sulla legge elettorale, evitando di entrare nei dettagli tecnici e precisando di non aver mai parlato né di Bicamerale né di maggioritario ma confermando la necessità di dare al paese una legge che garantisca «stabilità». Prodi ha anche confermato le misure a sostegno della famiglia ed ha ribadito che la politica estera del governo, a cominciare dall'Afghanistan, è improntata alla ricerca di una pace vera e duratura.
Dura circa mezz'ora la replica del Professore. Un discorso un po' più emozionante rispetto a quello pronunciato due giorni fa, in cui il premier ribadisce le priorità del governo, come la legge elettorale, ma sta attento a non irritare le varie anime sia dell'Unione che della Cdl. E, per centrare questo obiettivo, non fissa paletti alla riforma. Non dice più che la nuova legge sul voto deve essere fatta per dare al cittadino la possibilità di scegliere programma, coalizione e candidato premier, ma rileva «con piacere» che sull'esigenza di riformare la legge elettorale ci sia una «convergenza generale e unanime». «Bisogna ridare al cittadino la possibilità di scegliere» ribadisce Prodi senza accennare a possibili modelli di riferimento o ai «luoghi» possibili di confronto tra maggioranza e opposizione.
Il tema più scottante è quello che riguarda le coppie di fatto. Nell'aula di palazzo Madama sono in molti ad aspettare una precisazione, a cominciare dal senatore a vita Giulio Andreotti. Prodi mette in chiaro che la questione non è più nelle sue mani: «Il governo ha presentato un disegno di legge in Parlamento e con questo ha esaurito il suo compito. E' quindi compito del Parlamento, dove ci sono molte proposte di legge presentate sia da gruppi della maggioranza che di opposizione, costruire un testo su cui si possa avere un'ampia convergenza».
Gli applausi della maggioranza arrivano quando Prodi parla della ripresa economica e dice che sul Welfare è giunto il momento di «voltare pagina», di concentrare gli sforzi sulle categorie più deboli. Sulle pensioni, invece, il premier si mostra prudente. Prodi annuncia che il governo sta lavorando per soluzioni «efficaci ed eque per la previdenza e per il mercato del lavoro». Tre sono gli obiettivi della riforma previdenziale: sostenibilità del sistema nel lungo periodo, pensioni dignitose per i giovani e innalzamento di quelle più basse. Quanto all'Afghanistan, arriva la conferma che il governo mantiene il suo impegno con gli alleati ma lavora per arrivare ad una «soluzione politica» anche attraverso una Conferenza di pace «che trova sempre più sostenitori».
A tirare un sospiro di sollievo sono tutti gli esponenti dell'Unione. Piero Fassino assicura che l'unica maggioranza di governo possibile è il centrosinistra («Non ci sono alternative») mente Giordano annuncia che Rifondazione «garantirà l'autosufficienza anche in politica estera» e Diliberto augura «buon lavoro» a Prodi. Antonio Di Pietro spiega che ora bisogna «riconquistare la fiducia degli italiani» mentre Clemente Mastella paragona il governo alla torre di Pisa: «Pende ma non cade».