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L'AQUILA. Il consiglio regionale ha dato il via libera al piano di riordino degli ospedali. Ora L'assessore alla sanità Bernardo Mazzocca può guardare con più fiducia all'assegno da 350 milioni che arriverà da Roma, e Giovanni D'Amico può sospendere la pratica "aumento tasse". Il dibattito in aula è stato lungo, e non poteva essere altrimenti vista la posta in gioco, ma non ci sono stati momenti di tensione. Ottaviano Del Turco l'ha definito «bello, un segno di civiltà». Solo una innocente citazione di Che Guevara della presidente della commissione sanità Antonella Bosco («Quando il sogno è di uno solo è solo un sogno, quando sono due che cominciano a sognare il sogno inizia a diventare realtà») ha sollevato un divertito "buu" dai banchi dell'opposizione. Ma la citazione coglieva comunque bene il senso di sollievo che si avvertiva dai banchi della maggioranza, ma anche dell'opposizione, per la conclusione di un lavoro difficile che modificherà profondamente la struttura della sanità regionale, un sistema oggi che assorbe l'80 per cento delle finanze abruzzesi. Certo, le scelte sono state difficili, ha spiegato la Bosco, «scelte sofferte, imposte dall'urgenza e dalla fretta di adempiere alle richieste del governo». Scelte laceranti che hanno attraversato anche la maggioranza. Che hanno mobilitato i sindaci, le comunità locali, i lavoratori delle cliniche private. Quattro le questioni decisive: il destino dei piccoli ospedali, l'assegnazione dei nuovi posti di alta riabilitazione, il taglio alle cliniche private, l'aziendalizzazione dei policlinici universitari di Chieti e L'Aquila. Questioni sulle quali, ha spiegato Mazzocca «si è raggiunto il punto più alto di equilibrio possibile». Un compromesso? Certo, «ma nell'accezione più nobile del termine. E il fatto», ha aggiunto «che 22 Consigli comunali abruzzesi, compreso quello di Pescara, hanno lamentato di non essere stati tutelati, è la "prova ontologica dell'esistenza di Dio", nel senso che è la prova che non abbiamo guardato agli interessi di alcuni e ai colori politici, ma alle esigenze dei cittadini e dei territori». L'opposizione non ha risparmiato critiche. Fabrizio Di Stefano (An) ha definito il piano inutile («dal Far West si passera al Deserto dei tartari»), perché non incide economicamente «e la spesa sanitaria continuerà a crescere». Nazario Pagano (FI) ha accusato i redattori del piano di «provincialismo», perché si colpevolizza la sanità privata, mancando l'obiettivo di una reale integrazione tra pubblico e privato. Un dualismo condannato anche dall'ex assessore alla Sanità Vito Domenici (Gruppo misto). Giorgio De Matteis (Italia di Mezzo) ha sototlineato la contraddizione tra il piano e l'operato dei manager Asl. Critico Mario Amicone capogruppo dell'Udc, che però ha introdotto in aula un elemento di novità politica. Come al Senato sulla missione in Afghanistan, l'Udc abruzzese ha rotto il fronte della Casa della libertà e si è astenuta nel voto finale. Un segnale che il folliniano De Matteis ha accolto con ironia («arrivate sempre un minuto dopo»), ma che ha irritato Forza Italia. A conclusione il Consiglio regionale ha approvato a maggioranza il piano. A favore hanno votato i partiti dell'Unione; contro, Forza Italia, An e Italia di Mezzo; si sono astenuti Udc e gruppo misto. Anche il capogruppo della Dc, Bruno Di Paolo, aveva annunciato l'astensione, ma non era in aula durante la votazione. |