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Pescara, 19/05/2019
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Data: 13/03/2019
Testata giornalistica: Il Messaggero
Salvini gela Chiamparino: «No al referendum Tav». Il pressing della Francia

ROMA Anche se sulla Tav M5S e Lega restano su fronti opposti, nello sbarrare la strada al referendum in Piemonte il fronte si ricompatta per la gioia di Giuseppe Conte che sostiene «non essere previsto» dalla legge. Malgrado il presidente del Piemonte continui a sostenere che si tratterebbe di «una consultazione» e non di un vero e proprio referendum, svolgerlo insieme alle elezioni Europee non solo rischia di dare la volata al governatore del Piemonte, ma potrebbe rivelarsi un boomerang per il governo che si troverebbe inchiodato proprio quando dovrebbe iniziare la trattativa con la Francia e la Commissione.
IL TRATTATO
L'imbarazzo maggiore è quello della Lega che nei giorni scorsi aveva proposta il referendum anche per il pressing dei governatori di Lombardia e Veneto Fontana e Zaia. Ieri la retromarcia di Matteo Salvini: «Magari... ma Chiamparino ignora che non si può. Non si può perché manca la legge della Regione Piemonte. E si potrebbe fare cambiando la Costituzione, cosa che sono dispostissimo a fare perché io i referendum li adoro». Una posizione che coincide perfettamente con quella grillina e del premier Conte al quale Chiamparino dice di aver scritto proponendo l'abbinata del referendum consultivo sulla Tav con le Europee e le elezioni regionali. «Mancano gli strumenti giuridici», insisteva ieri il presidente del Consiglio che ha anche definito «fandonie» il fatto che palazzo Chigi stia lavorando ad una sorta di mini-tav. Ed in effetti Conte ritiene molto complicato convincere i francesi a rivedere il progetto già a lungo discusso e che è stato oggetto di numerose rivisitazioni. Ci proverà al prossimo consiglio europeo della prossima settimana, dove incontrerà il presidente francese Macron e il presidente della Commissione Juncker, ma il twitter fatto ieri dal governo francese non fa ben sperare.
«Il Tunnel Torino-Lione: un progetto chiave strategico per la Francia, l'Italia e l'Europa», si legge in lingua inglese sul profilo twitter ufficiale del governo francese. In allegato, un testo in cui Parigi ribadisce il suo «impegno a onorare gli obblighi assunti e le date di consegna del progetto». Uno spiraglio c'è alla fine quando si dice che la Francia ha «sempre rispettato la volontà del governo italiano di avviare discussioni su questo progetto ed è ovviamente disponibile ad avere colloqui tra partner». Malgrado ciò i Cinquestelle si dicono convinti «che non è difficile convincere la Francia» a non fare la Tav. Stefano Patuanelli, ieri mattina a Radio Anch'io lo ha sostenuto spiegando che Parigi «non ha ancora vincolato alcuna spesa di bilancio» per le opere di sue competenza. A stretto giro di posta arriva la replica francese secondo la quale la Francia ha già versato circa 400 milioni di euro per il progetto e per il 2019 sono oggi già disponibilità 55 milioni di stanziamenti in attesa del lancio effettivo dei bandi di gara. Poi a Patuanelli spiegano che in Francia «le leggi di bilancio dello Stato, compreso quello delle infrastrutture, sono previste e votate ogni anno». Come dire che i soldi ci sono ma - a differenza di ciò che avviene in Italia - li stanziamo anno per anno.
Il tormentone, o «l'ossessione» Tav, come la definisce il presidente del Consiglio, è destinata quindi a proseguire lungo tutto la campagna elettorale con Di Maio e Salvini che anche ieri si sono reciprocamente bastonati sull'argomento (Di Maio: «basta attacchi») salvo poi promettersi di lavorare e non fare solo campagna elettorale.
Nel frattempo slitta al 6 aprile la manifestazione dei SìTav e che si sarebbe dovuta tenere domenica prossima. Un rinvio che madamine e comitati spiegano con la volontà di farne una ancora più grande ed inclusiva evitando che venga interpretata come una discesa in piazza pro-Chiamparino. Tranquilli e convinti che alla fine verrà realizzata l'opera, sono i vertici di Telt. La società italo-francese conferma l'obiettivo del 2030 e racconta di quindici chilometri di gallerie già scavate e dell'intesa con Conte a seguito della lettera.
Un balletto, quello tra M5S e Lega, che lascia ampi varchi alle opposizioni. Nicola Zingaretti, neo segretario del Pd, parla di «ennesimo pasticcio» e di un «Paese drammaticamente fermo» dove «non c'è traccia di politica industriale». Per Matteo Renzi un rinvio a dopo le elezioni Europee, ma il governo «non cadrà sulla Tav, ma sui conti pubblici». Per Mara Carfagna (FI) il governo ha «la sindrome del no a tutto», mentre Osvaldo Napoli attacca il M5S definendoli «chiacchieroni sulla democrazia diretta» perché «temono il giudizio popolare» del referendum.

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