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Pescara, 25/06/2019
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Data: 11/04/2019
Testata giornalistica: Il Centro
Vertice a tre per un'intesa. Il governo trema per l'Iva. Conte, Salvini e Di Maio disegnano le strategie contro stagnazione e recessione. Ma della revisione del "contratto" la maggioranza parlerà solo dopo le Europee.Il pil è fermo. Nuovi tagli per pagare la flat tax

ROMA Il «bagno di realtà» non basta. Non basta aver certificato lo stallo del Pil che cresce solo dello 0,2%. E neanche rinnegare la «battuta» sul 2019 come «anno bellissimo». Bisogna fronteggiare il rischio di una congiuntura che, anziché migliorare, porti stagnazione o recessione. Dalla manovra bis, all'aumento dell'Iva, gli «spettri» si rincorrono. E di come provare a reagire subito, il premier Giuseppe Conte parla a pranzo con Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Bisogna «avviare la fase due» del programma di governo, è il messaggio del presidente del Consiglio ai due vice. Di una revisione del «contratto», dicono dalla maggioranza, si parlerà eventualmente dopo le europee. Quel che intende Conte è che bisogna «agire», non fermarsi in attesa della prossima manovra. Il Quirinale avrebbe apprezzato la scelta di comporre un Def che presenta cifre più aderenti alla realtà, rispetto all'1,5% di crescita ipotizzato a settembre. È un Documento di galleggiamento, osserva chi ha letto le ultime bozze: tra l'estate e l'autunno dovranno essere sciolti i diversi nodi. All'indomani del Def e alle soglie di una campagna elettorale decisiva per le sorti del governo, però, la priorità gialloverde è rassicurare: «Non ci sarà patrimoniale né aumento dell'Iva», dichiara Conte, che definisce «una battuta in relazione a previsioni molto pessimistiche» la sua previsione di un 2019 «bellissimo». La riforma fiscale che include la flat tax, con «spending review» e revisione delle agevolazioni fiscali, arriverà - spiega il premier - «dopo l'estate». Anche la tanto dibattuta tassa piatta, non è tema dell'oggi: i nodi verranno al pettine dopo le europee. Salvini annuncia il progetto per le «prossime settimane». Ma se per fare la tassa piatta servirà aumentare l'Iva si «vedrà nella legge di bilancio», dice pragmatico Giancarlo Giorgetti. Nel Documento di economia e finanza, di cui manca il testo finale, c'è solo un generico impegno. La «flat» si farà a partire dal «ceto medio», ribadisce Di Maio, ma «sarebbe folle» - avverte - lo scambio con l'Iva. Non esiste, «l'Iva non aumenterà», concorda Salvini. Le circa due ore di colloquio a pranzo a Palazzo Chigi, servono al premier per riannodare il filo comune con i vice dopo le intemerate della campagna elettorale. Conte li aggiorna sulla crisi libica, dossier spinoso che impensierisce il governo: la linea è spingere per una soluzione politica e non militare. Alla fine ci si accorda per vedersi con cadenza settimanale - magari anche con Tria - per tenere il bandolo dell'azione di governo, mentre i leader di M5s e Lega marcheranno sempre più le loro differenze nei comizi elettorali. I numeri del Def di Tria sono passati perché, spiega Salvini, «è meglio essere prudenti prima e correre dopo». Ma con Conte e Di Maio il leader della Lega insiste perché si esca dallo stallo. Tardano le norme sui rimborsi ai risparmiatori truffati. Ma Salvini preme su tutti i dossier, dal decreto sblocca cantieri al decreto crescita, fino ai temi della giustizia cari al centrodestra, bisogna darsi una mossa. Perché i dati positivi dell'industria non scongiurano rischi ben più seri della stagnazione e rimane lo spettro «Grecia».

Nuovi tagli per pagare la flat tax. Allo studio altri risparmi per finanziare la riforma evitando il balzo dell'imposta sul valore aggiunto

ROMA Revisione della spesa e, soprattutto, delle tax expenditures. Come ogni anno riparte il tormentone della caccia alle risorse e sono queste le due voci tirate in ballo dai vari governi non solo per mettere in campo nuove politiche, come la flat tax tanto invocata dalla Lega, ma anche per evitare i maxi-aumenti dell'Iva da 23 miliardi, temutissimi in questo caso da tutto l'esecutivo gialloverde. Nelle bozze del Def, che ancora deve essere pubblicato nella sua versione definitiva, si fa un chiaro riferimento alla necessità di mettere mano alla montagna di sconti fiscali che si sono accumulati negli anni: si tratta di 610 misure per 76,5 miliardi, secondo un recente studio dell'Ufficio Valutazione impatto del Senato, 466 voci invece secondo l'ultimo rapporto del Mef allegato alla nota di aggiornamento di settembre, di cui 120 voci valgono meno di 10 milioni. Le tax expenditures sono più volte entrate nel mirino anche durante la nuova legislatura, in particolare da parte del Movimento 5 Stelle, che vorrebbe eliminare gli incentivi dannosi per l'ambiente, ma nessuno è mai riuscito a intervenire perché eliminare degli sconti significa, per qualche categoria, aumentare le tasse. Accanto alla promessa revisione delle agevolazioni fiscali i gialloverdi rispolverano la spending review: nella bozza del Pnr si parla di altri 2 miliardi congelati nel 2020 che salgono «in termini cumulativi a 3,5 miliardi nel 2021 e a 6 miliardi nel 2022». Un po' poco considerando che oltre ai 23 miliardi di Iva, il governo vorrebbe trovare almeno 12-15 miliardi per proporre un assaggio di flat tax per le famiglie e il ceto medio. Difficile, come spera Matteo Salvini, che le risorse possano venire dalla crescita che è prevista quanto mai anemica per quest'anno (appena lo 0,2%). Nonostante le posizioni ufficiali che escludono qualunque aumento di imposte, l'arma dell'Iva rimane la più facile da utilizzare per recuperare risorse. E non a caso il sottosegretario Giancarlo Giorgetti si limita ad osservare che «adesso non si può ancora dire». Il nodo vero è però quello del debito: il Def non può che certificare un suo aumento abbastanza sostenuto, al 132,6% quest'anno, mentre il piano di privatizzazioni e dismissioni da 1 punto di Pilancora non è partito. Per tentare di accelerare l'esecutivo punta sulla riforma delle concessioni, ad oggi troppo «variegate» e basate su leggi «obsolete» con unico «comune denominatore» la scarsa redditività per le casse dello Stato. L'ipotesi è quella di studiare il modo di fare confluire nel fondo per l'ammortamento del debito anche i maggiori proventi delle concessioni. L'altra freccia nell'arco gialloverde è quella delle dismissioni immobiliari. Lo scorso anno hanno portato incassi per circa 600 milioni e per il prossimo triennio, si ricorda nel Def, dovranno portare circa 1 miliardo l'anno. Dei 47mila edifici dati al Demanio per quasi 61 miliardi però, solo 1,8 miliardi (il 3%) sono subito disponibili, il resto è patrimonio utilizzato dalle pubbliche amministrazioni o storico artistico. Altra via quella di Invimit, che attraverso i suoi fondi gestisce immobili per 1,4 miliardi. Potrebbe essere questo uno dei modelli da valorizzare, anche se rimane molto lontano il target di 17-18 miliardi senza toccare i gioielli di Stato. Ma al momento si esclude, dice il sottosegretario Armando Siri, di mettere sul mercato «partecipazioni delle aziende pubbliche».

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