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Pescara, 20/04/2019
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Data: 13/04/2019
Testata giornalistica: Il Messaggero
Iva, flat tax e contratti pubblici: la manovra parte da 40 miliardi. Ue e Fmi, dubbi sull’Italia. Tria: non siamo un rischio rispetteremo gli impegni

ROMA Oltre 40 miliardi da trovare in autunno, con pochissime possibilità di seguire la scorciatoia degli anni passati: ovvero spuntare dall'Unione europea margini di flessibilità. Ridotto all'essenziale, è questo il quadro che esce dal Documento di economia e finanza che lunedì inizia il suo percorso parlamentare. Il Def in realtà non specifica la manovra di finanza pubblica che dovrà essere realizzata per il 2020, limitandosi ad indicare alcuni ambiti in cui dovranno essere cercate le risorse, dalla prosecuzione della revisione della spesa alla revisione delle agevolazioni fiscali, fino all'immancabile lotta all'evasione. I risultati di queste misure, comunque tutte da precisare, si concentrerebbero sul biennio 2021-2022: per il prossimo anno invece l'obiettivo programmatico di deficit in rapporto al Pil è fissato al 2,1 per cento, in crescita di un decimale rispetto allo scenario tendenziale a seguito di un incremento degli investimenti previsti.
LE SCELTE
Come si arriva allora alla manovra monstre che l'esecutivo gialloverde si troverà a dover gestire? Da un punto di vista tecnico, non si tratta di una correzione dei conti, ma della necessità di finanziare le scelte politiche annunciate dai leader. In primo luogo, quella di non far scattare le clausole di salvaguardia - per ora confermate nelle tabelle del Def - che porterebbero il prossimo anno l'aliquota ordinaria dell'Iva dal 22 al 25,2 per cento e quella agevolata dal 10 al 13. Il gettito da rimpiazzare vale 23,1 miliardi, ai quali si aggiungerebbero circa 400 milioni di maggiori accise sui carburanti. Poi ci sono le cosiddette politiche invariate: ovvero quegli impegni che il ministero dell'Economia non indica nel quadro programmatico perché formalmente non si è ancora deciso di finanziarli, ma che vanno comunque elencati e si riferiscono a scelte difficilmente eludibili: dai rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici alle missioni internazionali di pace. Nel Documento di economia e finanza questo conto vale 3,2 miliardi per il solo 2020. Infine l'annunciata flat tax per le famiglie, il cui costo presunto si aggira sui 14-15 miliardi (in questi giorni a livello politico si è parlato di 12 ma una recentissima simulazione del sito economico Lavoce.info alza l'asticella ad almeno 17). Siamo già quindi oltre i 40 miliardi, senza contare le esigenze aggiuntive (e le richieste) che si materializzano in ogni sessione di bilancio. Si tratterebbe di quindi di una manovra ben superiore a quelle degli ultimi anni, nei quali l'Italia è riuscita ad ottenere un ammorbidimento degli obiettivi teoricamente richiesti dalle regole europee. Stavolta sarà molto più difficile, perché i canali di flessibilità istituzionalizzati (come le clausole per riforme e investimenti) sono già stati sfruttati ed anche i margini di mediazione politica appaiono quanto mai ristretti, visto che deve ancora arrivare il via libera alla manovra per il 2019. Il ministero dell'Economia ritiene che i parametri siano rispettati anche nel nuovo scenario, sfruttando la flessibilità per gli eventi eccezionali e il lieve progresso del saldo strutturale ottenuto in realtà grazie al peggioramento ex post dei conti 2018. Una volta mantenuto l'impegno sulla riduzione del disavanzo, e assicurata quindi la convergenza verso l'obiettivo di medio termine, non scatterebbe nemmeno la procedura per il debito.
LA REVISIONE
Resta da vedere se la commissione e gli altri Paesi europei condivideranno questa impostazione. Intanto, a gennaio è già scattata una novità che ha valenza tecnica ma anche simbolica: in base a complessi calcoli che tengono conto dello scenario demografico e del peso dell'invecchiamento della popolazione sulle finanze pubbliche, proprio l'obiettivo di medio termine (Omt) del nostro Paese è stato rivisto ed ora è pari (dal 2020) ad un saldo strutturale positivo dello 0,5% del Pil. Siccome in base alle norme che hanno introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione, quest'ultimo è equiparato all'Omt, a rigore ora la stessa legge italiana non richiede più un pareggio ma appunto un avanzo, per quanto leggero. Insomma è stato spostato in avanti il traguardo che del resto il nostro Paese non ha mai raggiunto nemmeno in prospettiva, visto che dal 2014 in poi i governi hanno sempre chiesto al Parlamento di autorizzare - a maggioranza assoluta - gli scostamenti.

Ue e Fmi, dubbi sull’Italia. Tria: non siamo un rischio rispetteremo gli impegni

ROMA «L'Italia non è un rischio globale: non c'è bisogno di alcuna rassicurazione». È irritato Giovanni Tria, e non lo nasconde. A Washington, dove si stanno svolgendo i lavori del Fondo Monetario Internazionale, l'Italia è diventato un caso. E i richiami al rispetto della credibilità verso il nostro paese si moltiplicano. Ha chiesto misure «credibili» l'altro giorno la presidente del Fmi, Christine Lagarde; ha usato la stessa parola - sempre da Washington - il commissario Affari economici dell'Ue, Pierre Moscovici. «La situazione italiana è fonte di incertezza per tutta l'Eurozona. Per questo chiedo all'Italia credibilità. Tutti devono rispettare le regole e rispettare gli impegni presi» ha detto Moscovici, ricordando che il 7 maggio la Commissione pubblicherà le nuove stime. Parole che hanno provocato la risposta piuttosto seccata di Tria: «Noi rispetteremo gli accordi con la Ue sul deficit strutturale. Forse raggiungeremo un risultato leggermente migliore». Sul deficit nominale, invece, «ci sarà un peggioramento e su quello si discute perché è ovvio per noi, ma anche per la Commissione europea e per tutti, che durante un forte rallentamento non si adottano misure restrittive dell'economia». In realtà lo stesso Moscovici ha parlato di maggiore flessibilità sul deficit-Pil nominale: «Si può andare un pochino sopra il 2,04%» accordato a dicembre. Tria comunque ha tenuto a precisare che «in Italia c'è un rallentamento dell'economia di pari misura che in Germania», perché in questo momento sono colpiti «di più i paesi manifatturieri e più aperti alle esportazioni, quali la Germania e l'Italia».
EQUILIBRIO
Ed è vero, lo riconosce anche Poul Thomsen, direttore del Dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale: il rallentamento europeo è stato particolarmente accentuato in Italia ma anche in Germania. Solo che i tedeschi non hanno il nostro debito pubblico. E non è un dettaglio irrilevante. «La sfida più immediata per l'Italia è l'elevato debito e il limitato spazio di bilancio» ricorda Thomsen. In una situazione così il Fondo Monetario Internazionale esprime «forti riserve» sul progetto di riforma fiscale. «Sulla flat tax aspettiamo dettagli» è il monito. Che si aggiunge a quello ormai storico da parte degli economisti di Washington: evitare «passi indietro sulla riforma delle pensioni». Il riferimento a Quota 100 è ovviamente voluto. L'Fmi riconosce: è difficile trovare un equilibrio fra l'attuazione di riforme strutturali per sostenere la produttività e la riduzione del debito senza esacerbare il rallentamento economico. Per questo - ha ribadito - servono «misure credibili».
LE BANCHE
Detto ciò, Thomsen riconosce all'Italia di aver fatto molti progressi nel ridurre i non performing loan (crediti deteriorati) delle banche. Ma in alcune situazioni resta un'esposizione troppo alta al debito sovrano. Anche in questo caso Tria - che negli ultimi due giorni a Washington ha avuti incontri riservati sia con il segretario al Tesoro Usa, Steven Mnuchin, che con il ministro delle Finanze saudita Mohammed Al Jaadan - ha comunque ha rassicurato: «Le banche italiane non sono un rischio. Perché il sistema è tra i più sani d'Europa».
Non ha puntato il dito esplicitamente contro l'Italia, invece, Mario Draghi nel suo atteso intervento. Il presidente della Bce ha sottolineato come «i venti contrari globali continuano a pesare sulla crescita dell'area euro». Ma anche se «gli investimenti delle imprese hanno perso slancio, i fondamentali dell'economia restano favorevoli». Sulla crescita - ha continuato - «pesano elementi di incertezza legati a fattori geopolitici, alla minaccia di protezionismo e pesa la vulnerabilità dei mercati emergenti». E poi la Brexit («il settore finanziario deve essere pronto a tutti gli scenari» ha detto) e i debiti pubblici di alcuni Paesi ancora troppo elevati. Minacce che vanno contrastate, secondo Draghi, accelerando sulle riforme strutturali e, dove serve, «continuando a sviluppare cuscinetti fiscali protettivi». A ogni modo ha rassicurato: la politica monetaria resterà accomodante «in ampio grado».

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