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Pescara, 22/08/2019
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Data: 09/05/2019
Testata giornalistica: Il Messaggero
Faro sulla giungla del lavoro nero. Il sindacalista: «Così si negano dignità, diritti e concorrenza»

Nel Pescarese il lavoro nero dilaga. Purtroppo non è un modo di dire, ma la realtà. Scioccanti gli esiti degli ultimi controlli effettuati dal comando provinciale della guardia di finanza in Val Pescara. Su 18 attività ispezionate dai militari della tenenza di Popoli, ben dieci sono risultate non in regola. Oltre la metà. Al loro interno lavoravano persone senza alcun tipo di contratto. Dodici quelle scovate dalle fiamme gialle: otto italiani e quattro stranieri dell'est Europa. Fra loro tre ballerine, una lituana e due romene, beccate dai finanzieri mentre si occupavano dell'attività di intrattenimento in un noto night club della zona di Popoli. Altri quattro lavoratori completamente in nero sono stati individuati in un'attività di ristorazione e vendita al dettaglio di prodotti alimentari; uno in un salone di parrucchiere, un altro in una officina meccanica, un altro ancora in un negozio di abbigliamento e poi anche in un bar e in una falegnameria. Insomma, nelle più disparate attività commerciali.
I lavoratori erano sprovvisti del contratto di assunzione e per loro i datori di lavoro avevano omesso di presentare la necessaria comunicazione preventiva agli enti preposti.
LE CONTESTAZIONI
Alle dieci imprese non in regola sono state contestate violazioni per le quali è stata avviata la procedura di irrogazione della cosiddetta maxi-sanzione, che va da un minimo di 1.800 ad un massimo di 10.800 euro. Per un'attività è stata richiesta al competente Ispettorato territoriale del lavoro anche l'adozione del provvedimento di sospensione per aver impiegato manodopera irregolare in misura superiore al 20 del cento del totale dei lavoratori regolarmente assunti e trovati sul posto di lavoro. In un caso sono state elevate sanzioni anche in relazione all'omessa tracciabilità delle retribuzioni e omessa consegna dei prospetti paga. Il sommerso, insomma, più assoluto.
LE STIME
I controlli proseguiranno senza sosta anche nel resto del territorio. Tempo fa, in un ristorante di Francavilla al Mare, trovate addirittura sette persone che vi lavoravano quotidianamente senza avere un contratto. Per la guardia di finanza, il lavoro nero «oltre a rappresentare una prevaricazione in danno dei lavoratori, produce evasione fiscale, contributiva e previdenziale». Stando alle ultime stime, è un fenomeno che determina un buco per l'erario di oltre 20 miliardi di euro l'anno. E ora la preoccupazione, esternata da molte organizzazioni sin dall'inizio, è che con l'entrata in vigore del reddito di cittadinanza la situazione possa peggiorare, portando tante persone a cercare e a trovarsi un secondo lavoretto in nero, che consenta di vivere serenamente senza nemmeno farsi carico dei contributi previdenziali. Di qui, l'attenzione ancora maggiore a tutti i livelli per prevenire comportamenti del genere e verificare che il reddito di cittadinanza venga intascato davvero da chi ne ha bisogno. Per i furbetti, in arrivo la stretta. Lo stesso ispettorato nazionale del lavoro, nel suo documento di programmazione dell'attività di controllo per l'anno 2019, ha annunciato specifiche iniziative volte a verificare l'esistenza e il mantenimento dei requisiti per accedere al Reddito, con particolare attenzione proprio ai lavoratori in nero.

Il sindacalista: «Così si negano dignità, diritti e concorrenza»

Lavoro nero? Più nero che mai. Per il sindacalista della Cigl Francesco Marrelli questa è la situazione per i circa 83mila lavoratori irregolari presenti in Abruzzo. «Il lavoro nero priva milioni di uomini e donne dei loro diritti fondamentali, rendendo più insicura e precaria la vita dei lavoratori, italiani e stranieri. È la negazione di ogni idea di sviluppo, di qualità, di democrazia, di uguaglianza reale, nonché di competizione leale tra le stesse imprese». Le irregolarità possono riguardare sostanzialmente 3 fattori, secondo Marrelli, segretario della Camera del lavoro dell’Aquila. «Forme di elusione previdenziale, assicurativa e fiscale (come il mancato assoggettamento a Inps, Inail e Irpef di parte della retribuzione corrisposta), lavoro parzialmente sommerso (rapporti avvianti in part-time che invece risultano a tempo pieno) e lavoro completamente sommerso. Con le opportunità occupazionali che latitano e le spese da sostenere, sempre più alte, anche le famiglie abruzzesi si trovano strette in una forbice letale, tra le lame della pressione fiscale e la necessità di arrivare a fine mese. È proprio in questo contesto di crisi in cui gli italiani vivono ormai da qualche anno, che si è accentuato il fenomeno del lavoro irregolare, traendo giovamento proprio dalle difficoltà». Valerio Speziale, docente di diritto del lavoro alla d’Annunzio, inquadra la questione su un piano nazionale e su ragioni universali che favoriscono, di fatto, il sommerso. «È il costo del lavoro, come dimostrato da innumerevoli studi, a pesare particolarmente sulle aziende». Per questo, sostiene il docente «la legge 190 del 2014 che garantiva sgravi contributivi per il datore di lavoro e assunzioni a tempo indeterminato per tre anni, è stato l’ultimo e più efficace strumento per favorire assunzioni regolari. Prima e dopo, le varie normative si sono basate su contenuti riduttivi e selettivi per categorie (giovani, donne ecc.) e aree geografiche che non riescono, a oggi, a risolvere la questione con la facilitazione a produrre contratti di lavoro stabili». Il costo del lavoro, dunque, è un problema nazionale che «si drammatizza nelle regioni più deboli, come quelle centro meridionali, fra cui l’Abruzzo». Le soluzioni? «Aumentare i controlli con una capillare presenza ispettiva sul territorio e un investimento sul personale addetto e sulle tecnologie per un monitoraggio costante in rete delle banche dati» per Marrelli e, per Speziale, «tornare agli sgravi temporanei per i datori di lavoro, con il rischio di creare mercati drogati per la conseguente tendenza dell’occupazione ad emergere, oppure prevedere contratti di gradualità o di riallineamento retributivo che consentano a chi assume di contare su un basso costo del lavoro e di adeguarsi strada facendo agli standard generali. Una terza ipotesi, molto più radicale, è quella che prevede i salari differenziati per aree territoriali: costi del lavoro inferiori laddove è più basso il costo della vita. Ma questa soluzione – conclude il docente - è osteggiata dalle organizzazioni sindacali perché escluderebbe il riferimento ai contratti nazionali collettivi».

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