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Pescara, 26/05/2019
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Data: 09/05/2019
Testata giornalistica: Il Messaggero
Il premier revoca Siri. La Lega incassa (per ora). Il Colle: decreto da rifare. Niente conta in Cdm. Di Maio: orgoglioso, caso chiuso. Salvini: «Raggi indagata da anni». L’atto di dimissioni “viziato”: troppe motivazioni per timore del Tar. E Conte disse: «Pongo la fiducia» Duello in Cdm con la Bongiorno

ROMA Due ore di gelo ma senza urla e con pasticcio finale. Il leghista Armando Siri non sarà più sottosegretario da oggi e non da ieri, visto che il decreto - mandato da palazzo Chigi al Quirinale - è tornato indietro per errori formali. Ovvero conteneva una lunga serie di motivazioni, per giustificare la rimozione del senatore Siri dal governo e per evitare forse il minacciato ricorso al Tar, e non un asciutto riferimento alle norme che consentono al presidente del Consiglio e al ministro competente, la revoca dall'incarico. Di fatto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, secondo il testo trasmesso ieri da palazzo Chigi, sarebbe stato chiamato a condividere valutazioni e motivi di natura strettamente politica che non competono al Capo dello Stato. Da qui il rinvio per una correzione tecnica ad un decreto che solo oggi vedrà la luce.
«Considerato - recita infatti in premessa il decreto che Conte, in perfetto stile da amministrativista, ha trasmesso a Mattarella - ...la gravità del titolo del reato oggetto del procedimento a suo carico pongono oggettivamente il problema della verifica della opportunità della permanenza del Sen. Siri nella carica di Sottosegretario; considerato che il Presidente del Consiglio dei Ministri... ha rappresentato al Sen. Siri l'opportunità di rassegnare le dimissioni dall'incarico al fine di evitare che la vicenda possa recare anche indirettamente danno alla trasparenza e chiarezza dell'azione di Governo...; considerato che il Sen. Siri non ha ritenuto di condividere la valutazione di opportunità del Presidente del Consiglio dei Ministri, con ciò facendo venire meno il rapporto fiduciario che è alla base della nomina». Tutto ciò premesso, appunto, il Capo dello Stato «revoca» il decreto di nomina. Ma, come si diceva, tutte le considerazioni in premessa sono state giudicate dal Colle irricevibili e il testo - sia pur da un punto di vista che al Quirinale sottolineano «puramente formale» - da riscrivere.
ATTESA
Ieri mattina il Cdm più atteso dell'ultimo anno si era peraltro consumato come previsto. Conte ha «licenziato» il sottosegretario ottenendo la fiducia dei suoi ministri e terminando la riunione senza la conta che, seppur simbolica, avrebbe fotografato la rottura tra la Lega e il capo del governo. «È la vittoria degli onesti», esulta Luigi Di Maio, «vicenda chiusa». «Siri è innocente fino a prova contraria», è il muro alzato da Matteo Salvini, che però per ora esclude la crisi.
Il dibattito, in Cdm, è teso ma «civile». Il clima, a metà della riunione, si adombra. La palpabile freddezza tra i due vicepremier diventa gelo. Per il M5S è Di Maio a parlare, scegliendo una linea più morbida, ricordando che Siri, se innocente, potrà tornare al suo posto. Ed è subito dopo che Conte pronuncia la domanda-chiave: «Questo è un passaggio di alta valenza politica, ho la piena fiducia di tutti?». «Si», è la risposta di Salvini che però precisa di non poter concordare nell'avallare la delibera di revoca. La delibera viene verbalizzata. E Di Maio, al termine del Cdm, istituzionalizza la sua vittoria. «Gli altri partiti prendano esempio da noi», gli fa eco Davide Casaleggio, anche lui a Roma. Il leader leghista per tutta la giornata lancia iniziative e dichiarazioni lontanissime dal tema giustizia. «Convochiamo subito un tavolo su flat tax e salario minimo», annuncia Di Maio avvertendo: «ciascuno porterà le coperture alla sua proposta».
Salvini ribadisce di ritenere Conte ormai schierato «ma con lui abbiamo pur sempre realizzato Quota 100». E non risparmia una stoccata al M5S: «La Raggi è indagata da anni ed è al suo posto». Ed una al suo premier, che su Siri e la Tav - osserva - «ha preso le parti del M5S». La battaglia è appena cominciata.

E Conte disse: «Pongo la fiducia» Duello in Cdm con la Bongiorno

ROMA «Allora, io voglio procedere così: ho la vostra fiducia?». Giuseppe Conte ha appena terminato la sua relazione sulla revoca del sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri. E prima di alzarsi, per andare un attimo nel suo ufficio, fa cadere questa domanda sul tavolo. Una risposta negativa sarebbe l'anticamera della crisi.
Sono le 11 ed è da poco iniziato il Consiglio dei ministri, in ritardo sulla tabella di marcia perché la delegazione leghista, prima di entrare, ha fatto «il punto» con Matteo Salvini nella stanza di Giancarlo Giorgetti. Una mossa che mette in allarme il M5S, ma anche Conte. L'immagine plastica di due governi che convivono sotto lo stesso tetto. Cosa si staranno dicendo?
Poi però, a quesito secco, la risposta del vicepremier del Carroccio è calibrata: «sì, hai la nostra fiducia». In questo modo il presidente del Consiglio blocca subito qualsiasi tipo di scontro e soprattutto di conta interna. All'appello mancano i ministri tecnici: sono assenti «in missione» sia Giovanni Tria sia Enzo Moavero. Entrambi dubbiosi, se non contrari al decreto di revoca. Conte, in apertura del Cdm, motiva la cacciata di Siri perché «da quanto ho letto e ricostruito non ha agito nell'interesse generale cercando di favorire un imprenditore sull'eolico».
L'avvocato del popolo nella sua requisitoria, che poi diventerà anche una sentenza, fa soprattutto un discorso politico. E non entra più di tanto negli aspetti giudiziari della vicenda. Si limita a ribadire che la «presunzione di non colpevolezza è un principio cardine del nostro ordinamento». Ma il problema è «politico e di fiducia personale». Infatti ha deciso: il senatore Siri, anche se uscirà indenne dall'inchiesta, non rientrerà più nel governo.
In punta di diritto, invece, arriva la risposta a Conte da parte del ministro Giulia Bongiorno. La leghista spiega che questa revoca rappresenta «un grave precedente» e che «la nostra non è una posizione sull'uomo, ma sui principi, a partire dal garantismo». Bongiorno, seppur in maniera pacata, si scaglia «contro quest'automatismo».
I VICEPREMIER
Mancano all'appello ancora i due vicepremier e rispettivi leader di partito. Matteo e Luigi non si parlano praticamente più. Comunicazione personale ai minimi storici. E anche in Consiglio dei ministri non fanno nulla per nascondere una crisi che è personale prima che politica. Salvini va oltre il caso del sottosegretario e si lamenta «di tutti gli attacchi che ricevo quotidianamente da quelli che dovrebbero essere i miei alleati». Il leader del Carroccio fa capire dentro Palazzo Chigi quanto detto pubblicamente nei comizi degli ultimi giorni: tappatevi la bocca, la misura è colma. A questo punto prende la parola Di Maio. «Tu parli di attacchi? Da dieci mesi a questa parte hai sporcato tutti i nostri provvedimenti. Una polemica continua, un distinguo netto sempre su tutto». Il capo dei Cinque Stelle spiega a Salvini che non deve stupirsi di questa revoca perché «sai che certe battaglie per noi sono identitarie, lo sapevi dall'inizio».
Prima di chiudere la pratica Conte, sentito come vuole la prassi il ministro competente Danilo Toninelli, ribadisce il suo ruolo «super partes». Che poi è l'accusa che gli rivolge Salvini da giorni, quella di fare il tifo ormai per i 5 Stelle. Ecco perché nel discorso del presidente del Consiglio entra anche la sua posizione «sul caso Diciotti: un atto che il governo ha rivendicato». Un modo per ricordare all'alleato e alle accuse che gli provengono dal Carroccio che lui non indossa alcuna maglietta. C'è poi un'altra accortezza in questa riunione che sembra durare più del previsto (due ore): sempre Conte insiste affinché Giancarlo Giorgetti, colui che redige il verbale della riunione, faccia mettere nero su bianco che sulla revoca c'è la «fiducia» di tutto il governo. All'unanimità. I leghisti tengono a sottolineare nel testo «nonostante le criticità» dell'azione. Sono sfumature importanti, che torneranno buone alla prossima resa dei conti, ma che evitano due cose: la spaccatura in Cdm e soprattutto il rischio che «usciti da qui qualcuno inizi a prendere le distanze dalla mia iniziativa: voglio avere l'autonomia di revocare un ministro o un sottosegretario», analizza a bocce ferme Conte. Rimangono sullo sfondo le diverse strategie che separeranno ancora una volta i due partiti di governo da qui alle Europee. Il M5S è intenzionato a lanciare proposte forti e d'impatto «contro l'evasione fiscale», la Lega continuerà a puntare sulla sicurezza e le infrastrutture. Salvini spinge sulla Flat tax ma la risposta di Palazzo Chigi al momento è gelida: «Ottima idea, ma le coperture?».

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