Data: 20/05/2008
Testata giornalistica: Il Centro
Il Pdl attacca D'Alfonso: «Deve andarsene» L'inchiesta sul Comune, il sindaco ribatte: «Mi dimetto dalla mia pazienza»

PESCARA. Dimissioni. Commissario. Sospensione. Delega di firma al vice sindaco. Ritorno al voto. Motivo: l'arresto di Dezio. E dire che è la prima seduta del D'Alfonso-bis. Ma il sindaco, che se l'aspetta da un momento all'altro, prova a «menare» per primo per «menare» due volte. A parole, s'intende. E quando tira fuori dal libriccino nero, nell'ordine, i Fitto, i Formigoni, i Moratti, i Berlusconi, i Cuffaro e i rispettivi guai giudiziari, allora sì che si scatena l'offensiva del Pdl.
D'ALFONSO-1. La prende alla larga, D'Alfonso, bersaglio annunciato di colpi già in canna. Parte da Giacomo Acerbo e dalla concordia del 1924 per fare una città unita. Passa dagli Spaventa del «torniamo a Bomba» e poi ci mette dentro Volto Santo, San Gabriele e don Giovanni Martorella che gli diceva sempre: sì, ma quando lo fai? Poi snocciola l'elenco, da Fitto a Formigoni, dalla Moratti a Cuffaro passando per il premier «che conosciamo tramite i testi di Travaglio». «E no, questo è troppo». A questo nome il senatore Pastore s'indigna e dice per tre volte: «Vergogna». È qui che il sindaco risponde di sciabola. «Vengo da un paese di montagna dove mi hanno insegnato anche a reagire». E ancora. «Non possiamo permetterci il lusso di pensare al lavoro di altra assemblea che opera in altra zona della città», dice alludendo alla procura, «e nei confronti della quale riponiamo ogni fiducia, autorevolezza, capacità di giudizio. Sono garantista per amici e avversari. Più gradi di giudizio, sì. Non per condannare, ma per avere la sentenza più giusta e durevole. Potrei dimettermi, sì, ma dalla mia pazienza, come diceva Giacomo Mancini».
IL LATINO DI CATONE. La bagarre non si accende subito. Sono caramelle le parole di Giampiero Catone, che viene mandato in avanscoperta e, visto il cognome che porta, s'affida a una massima in latino. «Caro Luciano, tu sei un democristiano come me e non puoi dire "vengo dal paese, so anche reagire". Non è da te. Sai che ti dico: excusatio non petita...». Tradotto: se non ce n'è bisogno perché ti scusi? Poi un excursus sui fondi europei e il desiderio di volerne portare un po' qui, «nella mia città», prima di incassare il gettone e salutare l'assemblea.
IL CONTRATTACCO. Il segnale del contrattacco sta tutto in un'alzata del senatore Pastore. Il riconfermato a palazzo Madama va dietro al banco di Albore Mascia e chiama a sé anche Antonelli. La parola va al candidato sindaco sconfitto del centrodestra, il quale comincia subito un'arringa-requisitoria pronunciata con tono grave. Da aula giudiziaria, gli farà notare qualcuno. «L'eccezionalità, la gravità degli avvenimenti dei giorni scorsi impone una riflessione», sostiene l'avvocato. «Non si può tralasciare l'aspetto più rilevante basandosi su un'autodifesa che poggia su questioni di carattere nazionale. Qui parliamo del Comune. Nessuno vuol fare processi, rispettiamo magistratura e inquirenti. ma tutti hanno diritto di sapere cosa accade nel palazzo». E qui l'affondo, quando Albore Mascia parla dello «sconquasso devastante della questione morale». «L'arresto dell'assessore, le dimissioni dell'altro per l'inchiesta del verde, il caso Urbanistica con 22 accordi di programma al setaccio. Le decine di avvisi di garanzia. Le indagini aperte sul sindaco mai spiegate. Infine, l'odiosa ipotesi di reato a carico del dirigente e fidato collaboratore. Eventi dagli sviluppi imprevedibili». Nuovo affondo. «Rifletta e valuti l'opportunità, se non la necessità, di rassegnare le dimissioni. Occorre chiarire quanti procedimenti ha in corso il sindaco, che si dovrebbe sospendere dalle funzioni e delegare tutto al vice sindaco». D'Alfonso viene invitato «a non firmare più una delibera e a entrare in sonno amministrativo».
L'EX AMICO. Poi tocca a Gianni Teodoro che non fa più il vice sindaco ma siede all'opposizione. «Gli avvenimenti giudiziari rovinano il clima di festa e provocano disagio a noi consiglieri e ai cittadini. La grave vicenda giudiziaria ha scosso il palazzo dalle fondamenta. Charisca il sindaco cos'è successo. Si apra un dibattito, altrimenti meglio le dimissioni e il ritorno alle urne».
«LARGO AL VICE». Nazario Pagano dice che «in 18 anni di politica non ho mai parlato di aspetti giudiziari ma stavolta, per il bene di tutti, visto che l'indagine colpisce al cuore l'amministrazione, delegare il vice sindaco sarebbe un gesto di lungimiranza politica e di rispetto vero della città».
DA SINISTRA. Moreno Di Pietrantonio esordisce come capogruppo Pd con una telegrafica difesa del sindaco. «È successo un fatto importante a un dirigente ma nessuno può dire nulla su un aspetto che non conosce. Questa non è un'aula giudiziaria». Da più a sinistra Silvestro Profico dice che vuol bene «all'amico Dezio» (è l'unico che lo chiama per nome), ma sul caso chiede uno scatto al sindaco «per la comune militanza cattolica».
PUNTERUOLO ROSSO. Carlo Masci invita a coniugare «efficienza ed etica» ma poi, accalorato dalle tamerici scomparse sulla riviera, si lancia in una similitudine botanica: «D'Alfonso è peggio del punteruolo rosso per le palme. Lì almeno qualcuna si salva. Le tamerici, invece, le hai fatte fuori tutte».
D'ALFONSO-2. La replica: «Sono stato eletto per fare il sindaco. Ho avuto 20 denunce alla procura. Ho superato tempeste peggiori di questa. Ero alla Regione durante il caso Salini. Come diceva mia nonna: i problemi sono altri».

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