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PESCARA. La Regione deve rimettere nel cassetto la delibera con cui intendeva abolire dal 1º giugno i ticket della farmaceutica. «Niente da fare», hanno detto i tecnici del tavolo di monitoraggio del ministero, «i ticket restano fino a quando è in piedi il deficit dell'intero sistema sanitario». E così l'assessore Bernardo Mazzocca che, prudentemente non aveva pubblicizzato la firma del provvedimento di giunta, temendo proprio il no del ministero, ora vede aprirsi un secondo fronte, dopo quello del possibile aumento delle addizionali Irpef e Irap. E i sindacati, che hanno già annunciato uno sciopero generale se la Regione aumenterà le tasse, hanno un altro motivo per scendere in piazza. Lo ha ricordato ieri il segretario regionale della Uil Roberto Campo, che ricorda criticamente la «precipitazione» con la quale la Regione introdusse i ticket «rinunciando a misure alternative». E oggi che la spesa farmaceutica è tornata in ordine, rientrando sotto il 13% della spesa sanitaria regionale, come prescrive la legge, i ticket restano e si snaturano, diventando «una generica tassa sul risanamento». La terza tassa sul risanamento. Gli abruzzesi continueranno dunque a pagare 0,50 euro per ogni confezione di medicinale e 1 euro per ogni ricetta. Secondo l'ipotesi del ministero il ticket dovrà rimanere almeno fino al 31 dicembre del 2009, quando la Regione spera di portare i conti della sanità a posto. Perché quella è la data entro la quale l'Abruzzo riuscirà a coprire i 232 milioni di deficit registrato fino al 2006, utilizzando i 150 milioni di gettito l'anno che verrà recuperato aumentando di almeno un punto Irpef e Irap, così come ha chiesto il precedente governo nella lettera dell'8 maggio scorso. Aumento che la Regione dovrà deliberare entro l'8 giugno, salvo un intervento riparatore del governo Berlusconi. «Il debito è una palla al piede del nostro piano di risanamento», si lamenta Mazzocca, che ieri a Roma ha aspettato inutilmente per un'ora, assieme agli altri assessori regionali alla Sanità, di incontrare il neoministro del Welfare Maurizio Sacconi (e neanche il sottosegretario con delega alla Sanità Ferruccio Fazio si è fatto vivo). «Ma altra cosa è il piano di rientro che invece funziona e ce lo riconosce anche il ministero», insiste l'assessore. «Il nostro problema è che fino al 2006 c'è stata una sottovalutazione del fondo sanitario all'interno del bilancio regionale». E c'è stata, va aggiunto, anche una corsa a mungere la cassa della sanità per destinare soldi ad altri settori (la legge non prescriveva fino al 2007 una destinazione vincolata dei fondi). Il piano dunque funziona, sostiene Mazzocca e sostiene anche il ministero, ma qualcosa resta da sistemare per chiudere i conti del 2008 con un deficit di "soli" 80 milioni, come previsto dal piano di rientro. Nella verifica di mercoledì sul primo trimestre dell'anno sono emersi due punti deboli: una spesa superiore al previsto della medicina generale e un ritardo nell'abbattimento dei tassi di ospedalizzazione. Inoltre è ancora tutta da verificare la tenuta dei tetti di spesa imposti alla sanità privata. Sul personale, che costa circa 700 milioni di euro l'anno, la regione è ai limiti della tenuta, ma soprattutto su Chieti e Pescara fa fatica a stare dentro il patto di stabilità, perché la spesa è difficilmente comprimibile senza toccare la qualità dei servizi, e la cronaca di tutti i giorni lo testimonia. La prossima verifica sul secondo trimestre ci sarà l'11 luglio. E in quella sede la situazione sarà più chiara, anche perché per quella data sarà stata già presa la decisione sull'aumento delle tasse. Ma le tasse da sole non potranno aiutare a quadrare definitivamente il cerchio. Semplicemente perché l'intera fiscalità regionale non arriva a coprire la sola spesa per la sanità. Mancano 500-600 milioni di euro. E gli altri settori? |