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La proposta alla vigilia dell'incontro sindacati-Marcegaglia. Un rapporto Ires-Cgil: i top manager guadagnano 400 volte un operaio ROMA. La media dello stipendio annuo di un dipendente italiano, senza carichi di famiglia, risulta pari a 13mila euro l'anno. I primi 50 top manager guadagnano in totale oltre 300 milioni l'anno (6 milioni in media l'uno), vale a dire 400 volte un operaio. Questo è il dato più significativo che emerge dal Rapporto sui Diritti globali 2008, pubblicato dalla Ediesse, la casa editrice della Cgil. In altre parole, il divario sociale è in continuo aumento e l'inchiesta pubblicata dalla Cgil lo definisce «indecente». Aggiungendo che ad esempio Matteo Arpe, Cesare Geronzi, Riccardo Ruggiero, Carlo Buora e Giovanni Bazoli (quasi tutti banchieri) hanno incassato stock option escluse, 102 milioni di euro. «I primi quattro» dice il rapporto «essendo stati indotti a lasciare i loro incarichi, hanno ottenuto buonuscite più che sostanziose. Occorre chiedersi se le hanno ricevute per i risultati che hanno ottenuto o per quelli che non hanno ottenuto». Su 30 paesi Ocse, i salari italiani si trovano al 23º posto, mentre solo nel 2004 erano al 19º. I metalmeccanici guadagnano 1.246 euro mensili. Un operaio in genere arriva in media a 1.170, mentre un impiegato a 1.370. E ci sono, in questo panorama, «anche fasce deboli»: il 32% delle donne e il 60% dei precari prendono meno di 1.000 euro mensili, e i giovani operai con meno di 35 anni hanno una retribuzione di 1.111. Secondo l'Ires-Cgil, nel 2005, le retribuzioni in Italia sono inferiori del 45% rispetto a Germania e Inghilterra, del 25% rispetto alla Francia. Inoltre un'azienda su 5 fa ricorso agli immigrati, che però generano panico sociale. In questo quadro complesso e diversificato, i sindacati cominciano oggi il confronto con la Confindustria per il rinnovo del modello contrattuale. Ieri il presidente Emma Marcegaglia, comprendendo che si sta verificando un irrigidimento dei segretari confederali dopo il convegno di Santa Margherita, ha enfatizzato il ruolo dei lavoratori nelle imprese, affermando che le industrie devono investire sul capitale umano. Ma non sembra che sia bastato. La Cgil ha denunciato i ministri del Welfare e della Funzione Pubblica per l'attacco sferrato all'intesa sul welfare faticosamente raggiunto il 23 luglio con il passato esecutivo. Nella nota finale il sindacato chiede al governo di tenersi lontano dalla trattativa che sta per cominciare con la Confindustria. La segreteria della Cisl si dichiara preoccupata dal «clima di questi giorni che tende a divaricare piuttosto che convergere». E una proposta-provocazione arriva dal giuslavorista Pietro Ichino, senatore del Pd. «Se il sindacato e il centrosinistra non avranno il coraggio di far cadere il tabù dell'articolo 18, qualsiasi opposizione al programma del ministro Sacconi di deregulation e di liberalizzazione dei contratti a termine sarà perdente». «Anche il centrodestra ha interiorizzato il tabù per cui ?chi tocca lo Statuto dei lavoratori muore'. Così il governo torna a puntare a un allargamento degli spazi di flessibilità nella zona non protetta, quella del precariato». |