Data: 27/06/2006
Testata giornalistica: Corriere della Sera
Il Cavaliere e la sconfitta: Prodi comunque non dura. I centristi pronti a larghe intese se il governo cade. Matteoli: Forza Italia la smetta con la campagna elettorale

ROMA - «Tanto Prodi così non dura». Non c'è dubbio che la battuta serve a Berlusconi per esorcizzare la sconfitta, per superare lo stordimento dovuto alle dimensioni della débâcle referendaria, per prendere tempo in attesa di impostare una nuova strategia, sapendo che il tempo ormai gli gioca contro, che l'ultima scorciatoia elettorale si è chiusa, e che rischia di non essere più il candidato premier del Polo. Epperò in quella frase pronunciata dal Cavaliere c'è un pezzo di verità, altrimenti nella Cdl già ieri sera sarebbe iniziata la resa dei conti, e la cena di Arcore con Bossi avrebbe assunto ancor di più le sembianze del «come eravamo». Invece Fini e Casini si sono limitati per ora a chiedere una «riflessione» sul futuro, ed è vero che non sono «più disposti a lasciare carta bianca» all'alleato, perché - come spiega il capogruppo di An al Senato Matteoli - «dinanzi al netto risultato referendario, Forza Italia deve abbandonare la linea della campagna elettorale permanente. Non possiamo continuare a chiedere la verifica dei voti delle Politiche, è venuto invece il tempo della politica. E serve un'azione collegiale». Certo, se il Polo si trovasse al cospetto di un governo forte, ben diversi sarebbero stati gli effetti del voto, e il ragionamento di Follini sull'apertura di una «fase nuova» nella Cdl, la sua idea di «separare il centro dalla destra», avrebbe subito avuto effetti deflagranti. Può darsi che nel tempo si arriverà a una disarticolazione della coalizione, che in prospettiva si andrà al cambio generazionale, che il Cavaliere dovrà acconciarsi a tenere la leadership ma a offrire la premiership a un successore. Però quel «Prodi tanto non dura» è una considerazione che accomuna molti esponenti del Polo, e trae forza dai segnali di debolezza che giungono dall'Unione, sulla politica estera come sulla politica economica. Al punto che nella Cdl si racconta di un «giro d'orizzonte» compiuto da Padoa-Schioppa con i maggiorenti dell'opposizione per capire quale sarà il loro atteggiamento in Parlamento.
Non è certo che il superministro dell'Economia abbia interpellato anche Berlusconi, è sicuro che ha avuto un contatto con Casini. Il segretario dell'Udc Cesa non smentisce, ma precisa che «l'Udc non offrirà alcuna stampella al governo»: «Prima si chiariscano nell'Unione. Se Prodi riuscirà a far quadrare il cerchio, affari suoi. Altrimenti, se salterà il suo esecutivo, si vedrà se esisteranno le condizioni per un accordo di larghe intese, per mettere le cose a posto e tornare a votare nel giro di un paio di anni. Ma tutto avverrà alla luce del sole». E per trovare una linea comune da sostenere in Parlamento, è in programma un vertice della Cdl prima del voto sul decreto per le missioni militari.
È chiaro dunque perché la sconfitta di ieri impedisce di dare inizio allo show down nel Polo. Può darsi abbia ragione Follini a dire che «il risultato garantirà a Prodi una navigazione meno difficile», ma può darsi che abbia invece ragione Berlusconi a prevedere un patatrac per il Professore. C'era il suo pensiero nelle parole usate giorni fa da Bonaiuti: «Questo governo - si era lasciato scappare il portavoce del Cavaliere - durerà finché lo faremo durare noi. Solo è impensabile che cada subito, visto che non sono ancora maturate le condizioni politiche per un cambio». Ecco il motivo per cui la netta sconfitta referendaria lascia in sospeso la vertenza nel centrodestra, sebbene dentro Forza Italia si avverta un forte disorientamento, proiezione dello stordimento di Berlusconi. E sono molti gli interrogativi ai quali dovrà dar risposta, sapendo che sulle riforme il dialogo è già morto, che Prodi - per bloccare ogni possibile inciucio - si è mosso in prima persona affidando al ministro Chiti il compito di sondare la Cdl, con l'obiettivo di evitare spaccature nella maggioranza. D'altronde è sempre stata chiara la linea del premier, che già tre anni fa impedì un'intesa bipartisan. Allora Berlusconi e D'Alema, Fini e Amato, si adoperarono per cercare un compromesso. E ci fu anche una cena riservata tra il presidente del Senato Pera e il presidente dei Ds, con le riforme costituzionali come menù. Ma Prodi si mise di traverso. A quel punto il Polo decise di muoversi da solo, e alla vigilia del patto di Lorenzago, Bossi fece a Tremonti una confidenza: «Vedrai, siccome i fascisti vogliono il premierato e noi la devolution, Casini ci chiederà la proporzionale. E come al solito, alla fine saranno solo quei democristianoni a prendere qualcosa». Profetico.

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