Data: 28/06/2006
Testata giornalistica: Corriere della Sera
Pozzi: mi caccia? Ha respinto tre volte le mie dimissioni. Lo sfogo del numero uno: forse è stato informato male, il Tesoro ci deve versare 7 miliardi

ROMA - Per tre volte ha offerto al ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, la disponibilità a farsi da parte, spinto da insistenti voci di commissariamento, e per tre volte si sarebbe sentito rispondere: «Non se ne parla proprio». Ma adesso che il bubbone Anas è scoppiato, che l'ex pm ieri ha denunciato in Parlamento un buco da 5 miliardi e ipotesi di reato pesanti come peculato e falso bilancio, Vincenzo Pozzi, presidente e amministratore unico dell'Anas, di dimissioni non ne vuole parlare: «Non ora. Non prima di aver chiarito le cose come stanno». E come stanno le cose presidente? Il buco c'è?
«Non c'è nessun buco. Ci sono soldi che il ministero dell'Economia aveva stanziato e avrebbe dovuto darci, ma che ha erogato solo per metà».
Ma voi ne avete spesi di più.
«Non è così. I miliardi di cui parla Di Pietro sono quelli delle opere programmate. Noi ci siamo attenuti alla copertura finanziaria che ci era stata data: quindi ne abbiamo investiti realmente 14,8 su 15. Di cui 10 già con contratto».
C'era la copertura ma non c'era la disponibilità del denaro?
«Questo non dipende da noi. Noi abbiamo segnalato a governo e Parlamento che il Tesoro non stava rendendo disponibili i soldi che ci aveva assegnato».
Il meccanismo che descrive il ministro è un altro: dice che avete speso per due volte gli stessi soldi. Che dei miliardi di residui passivi che avevate considerato disponibili in realtà quasi tutti erano già impegnati.
«No, no, no. È sbagliato. Ripeto: è il Tesoro che ci aveva certificato 9,6 miliardi di residui passivi relativi a precedenti esercizi, poi però ne ha versati solo 3. Per giunta non ci sono mai stati versati del tutto gli stanziamenti di tre Finanziarie. Insomma alla fine mancano 7,5 miliardi».
Perché allora Di Pietro parla di buco?
«Ecco, appunto. Non me lo spiego. Deve aver letto qualche documento. Ha ricevuto informazioni sbagliate».
Ma a lei non ha chiesto spiegazioni?
«È questa la mia meraviglia e la mia amarezza. Niente di niente. Perché non mi ha chiamato? Perché non ha chiesto lumi al ministero dell'Economia?».
Il ministro traccia scenari fallimentari: dice che il debito ha superato il patrimonio. Che i libri verranno portati in Tribunale.
«Ma non è vero. Abbiamo debiti verso le banche molto modesti. E nessun disavanzo. I nostri crediti sono tutti registrati».
Eppure il bilancio 2005 si è chiuso in perdita per 496 milioni e c'è chi si è astenuto.
«Sì, un consigliere si è astenuto perché avrebbe voluto allegare al bilancio un preambolo in cui si spiegava che quel "rosso" dipendeva dalla nostra gestione solo per 68 milioni».
Si è dimesso anche il direttore generale, Claudio Artusi, dicendo che l'azienda è come «una nave fuori rotta».
«Sì, ci ho parlato. Intendeva riferirsi al fatto che l'azionista ci ha fatto sentire orfani perché non ci ha fornito né atti d'indirizzo né risorse».
Artusi ha parlato anche di consulenze in eccesso.
«La trasformazione in spa è un processo molto complesso, le consulenze hanno un senso. Le abbiamo ridotte: da 20 milioni di euro del 2004 a 17,5 milioni nel 2005. Per quest'anno ne sono previsti 12,5».
Secondo Di Pietro tre milioni in consulenze sarebbero stati offerti al precedente cda per dimettersi: una sorta di liquidazione.
«Non è una cosa che sia rientrata nella mia gestione».
L'Anas è un'azienda che subisce forti pressioni dall'esterno?
«È un'azienda ramificata sul territorio a livello capillare, ha quasi 80 anni, il sindacato è molto forte, per fortuna. Ma senz'altro un'attenzione esterna è innegabile che ci sia. Bisogna saperla arginare».
Che pensa ora di Di Pietro?
«Che è intellettualmente onesto».
Cosa farà adesso?
«Sono avvilito. Ma voglio uscire con la dignità che mi spetta. L'Anas che lascerò è un'azienda migliore».

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