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I sindacati: 700 lavoratori solo con contratti a progetto
-------------------------------------------------------------------------------- PESCARA. Rispondono agli utenti di gestori telefonici, società finanziarie, enti pubblici, percependo sette euro per ognuna delle sei ore trascorse nella propria postazione. Lavorano all'Aquila, Sulmona, Chieti, Pescara, Silvi, dove sulle ceneri delle vecchie industrie manifatturiere sono nate le nuove aziende-simbolo dell'era della flessibilità e della terziarizzazione, che gli imprenditori preferiscono chiamare «outsourcing». Sono 700 gli operatori abruzzesi di call-center inquadrati con contratti a tempo determinato e a progetto, gli stessi finiti nel mirino dell'ispettorato del lavoro di Roma. Ispettorato che ha imposto ad un gigante del settore la loro trasformazione in contratti da lavoro subordinato e a tempo indeterminato. Una notizia accolta come una svolta epocale dai sindacati. «L'esistenza dei contratti a progetto è una anomalia nel mercato del lavoro, perché nei fatti affranca le imprese da quel rischio che invece è insito nell'essere imprenditori», spiega infatti Marcello Pasquarella, segretario regionale della Fiscascat-Cisl, «e tutto questo viene giustificato con una formula ambigua secondo la quale un "progetto" è tale perché legato alla commessa di un'altra azienda. Ma in questo settore qualunque attività lavorativa è legata alle commesse». Un fenomeno che riguarda massicciamente i call-center, dove la distinzione fra lavoro subordinato e parasubordinato è legato alla differenza fra gli addetti alle telefonate in entrata, quelli alle chiamate in uscita ed operatori del «backoffice», ovvero il supporto tecnico del centro contatti. Ma ormai ci sono intere filiere produttive che sfuggono al controllo dei sindacati ed anche alle statistiche della previdenza sociale, in un mercato mobile dove da un giorno all'altro si passa da diverse decine di addetti a poche unità. «In ogni azienda terziaria il ricorso ai contratti a progetto è la norma», denuncia il sindacalista della Cisl, «e dunque c'è una precarizzazione del mercato del lavoro che assume contorni divenuti insostenibili». Le cifre parlano chiaro: secondo una stima della Cgil, in Abruzzo i precari, ovvero i titolari di contratti di collaborazione, part time, tempo determinato, formazione, apprendistato sono 213 mila, e fra questi almeno 57 mila sono «Co.co.pro.», la forma pià diffusa di parasubordinazione. Nel 2000 i collaboratori erano poco più di 25 mila. Un esercito di persone in aumento e «per le quali mutuo, casa, matrimonio sono parole sconosciute» ribadisce Pasquarella. Eppure quando la flessibilità venne introdotta dal primo governo Prodi con il pacchetto Treu, i destinatari dei contratti di collaborazione erano le alte professionalità, i manager. Oggi, calcola invece la Cgil abruzzese nel suo rapporto sul precariato stilato assieme al Nidil, il «Co.co.pro.» tipico ha fra i 18 ed i 34 anni, è donna, ha in tasca il diploma o la laurea e fa il lavoro di un normale impiegato. Il reddito è ben al di sotto dei mille euro mensili. |