Data: 05/11/2006
Testata giornalistica: Il Centro
«Riformare politica e mercato» Il ministro Di Pietro agli studenti: c'è bisogno di più legalità. «Prima dei ponti e delle ferrovie dobbiamo garantire legalità, diritti, pari opportunità e più liberalismo»

PESCARA. Altro che porti, ferrovie, autostrade e ponti sullo Stretto. Le uniche infrastrutture che possono portare «alla libertà e non all'inferno» hanno nomi come «legalità, diritti, pari opportunità, libero mercato». Per il resto, «le strade, da sole, servono a poco». Chi ieri si aspettava una lezione tradizionale da Antonio Di Pietro è rimasto deluso.
Di fronte agli oltre 400 studenti che lo hanno atteso nell'aula che l'università Gabriele D'Annunzio ha dedicato a Federico Caffé, in un appuntamento organizzato dalla cattedra di politica economica retta da Giuseppe Mauro, il ministro delle infrastrutture ha parlato per un'ora di economia, diritto ed educazione civica, ha ripercorso cinquant'anni di storia italiana e dimostrato come attorno al suo ministero si siano concentrati i mali ma anche gli sforzi di cambiamento di due Repubbliche. Il tutto in un'aula dove parlamentari, accademici e dirigenti dell'Italia dei valori si sono confusi con una platea di studenti arrivati in massa, costretti a sedersi sul pavimento e sugli scalini come se anziché una lezione ministeriale fosse un'assemblea autogestita.
«E' la prima volta che un ministro è qui con noi» dice la preside della facoltà Anna Morgante, «chiedo attenzione e rispetto». E loro, gli studenti, stupiti fin dalla puntualità svizzera con cui il ministro varca le porte dell'aula magna, rispondono con applausi e una selva di mani alzate al momento di porre le domande.
Di Pietro parte dalla storia, da quella «strada italiana che negli anni Cinquanta e Sessanta voleva mettere d'accordo chi confidava nel libero mercato occidentale e chi credeva nel modello sovietico. E così abbiamo preso il male di entrambi i modelli, con uno Stato imprenditore entrato fin da subito in conflitto d'interessi con se stesso».
Il riferimento è alle tante sigle delle partecipazioni statali, Iri, Eni, Poste, Sip, Italstat.
«Lo Stato faceva tutto» ricorda Di Pietro, «decideva la realizzazione di un'opera, ne affidava la progettazione ai suoi ingegneri, la faceva costruire dalle sue società».
Era un modello «che cercava di unire la concorrenza occidentale e l'uguaglianza comunista: ma così facendo ha prodotto solo uno Stato assistenzialista in cui il controllore era anche il controllato».
E così negli Settanta e Ottanta la scelta delle infrastrutture è stata dettata «da interessi privati, e molte opere realizzate laddove c'era un politico influente. Chi ha governato ha prodotto indebitamento, e al tempo stesso» dice il ministro «una legislazione al ribasso sul piano etico ha spinto molti cittadini a non pagare le tasse dovute».
Fino agli anni Novanta, quelli delle privatizzazioni e di Mani pulite.
«La mattina c'era la fila davanti al mio studio in Procura» racconta agli studenti, «e al mio collega Piercamillo Davigo un imputato ha confessato per citofono. Eravamo dei chirurghi impegnati a rimuovere un tumore, per evitare che producesse delle metastasi. Ma come spesso accade in Italia, si è data al medico la colpa della malattia. E ho subito 353 processi».
Quella stagione, dice però Di Pietro, «non è stata una guerra fra bande. Abbiamo fatto il nostro dovere, niente di più». Gli anni successivi sono stati quelli delle privatizzazioni e «delle infrastrutture materiali rilanciate dopo la soppressione di quelle immateriali. Ma da liberale convinto, sebbene sia felice che in campo economico non ci sia più un cappello pubblico sopra di me, le privatizzazioni hanno creato un oligopolio di stampo neofeudale che è anche peggiore del passato».
Bisogna stare attenti insomma a quella che Di Pietro chiama «dolce morte», ovvero al potere «di pochi esponenti delle lobbies che controllano le decisioni reali»: in parlamento, dove «ci sono molti esponenti dei grandi gruppi e 80 pluripregiudicati», e in economia, «dove lo spoil system sembra non riguardare gli "elefanti" che amministrano le aziende pubbliche, che aspirano ad essere licenziati pur di incassare le abbondanti liquidazioni».
E' necessario insomma «rinnovare il capitalismo» è il messaggio del ministro, «ma anche la politica, che ha rinunciato alla figura del public servant, il servitore dello Stato, con quella di chi non dice mai di no».

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