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L'altra faccia dell'inchiesta. Il tribunale li aveva condannati a risarcire Masciarelli PESCARA. Esclusi dai fondi europei della Legge Domenici gestiti da Giancarlo Masciarelli. Vittime, senza saperlo, di una sorta di "racket delle consulenze e delle perizie false" confezionate a tavolino dal gruppo Masciarelli. E persino condannati dal tribunale di Chieti a risarcire i danni all'ex presidente della Finanziaria regionale arrestato dalla Finanza. Centinaia gli imprenditori abruzzesi beffati dalla Fira, alla luce degli ultimi clamorosi fatti giudiziari, sono pronti a chiedere i danni alla Regione. E' l'altra faccia dell'inchiesta che fa tremare i politici abruzzesi. Quella che viene a galla dopo la confessione di Domenico Grossi, l'architetto che firmava le false perizie tecniche con cui la Fira erogava soldi pubblici a società di parenti e amici. Tra queste ultime e gli imprenditori beffati non ci fu partita: i primi percepirono finanziamenti per 16 milioni di euro. Agli altri - i beffati - restò in mano un pugno di mosche. Per di più, molti di loro sono stati condannati dal tribunale a risarcire a Masciarelli le somme per consulenze e perizie false. Due sono le categorie dei beffati. I non ammessi. La storia di un giovane imprenditore di Chieti Scalo è emblematica. Come tanti altri titolari di ditte che avevano diritto ad accedere ai fondi della Legge Domenici - la cosiddetta legge dei capannoni - fece richiesta alla Fira. Ma non era né amico né parente di Masciarelli. Così gli risposero: «Lei non è stato ammesso in graduatoria». Chiedeva un finanziamento per realizzare un capannone di 6mila metri quadrati dove avviare una moderna azienda per riciclare rifiuti. E il progetto fallì. Ma ora scopre che i membri della commissione, che doveva ammettere al finanziamento il suo piano ed esprimere parere favorevole all'anticipazione dei fondi, erano "pilotati" da Masciarelli. A lui e agli altri beffati basta questo per vantare diritti a essere risarciti dei danni. I condannati a pagare. La seconda categoria degli imprenditori esclusi ingiustamente dai fondi della Legge Domenici - ideata dall'ex assessore regionale di Forza Italia ritenuto, dalla procura, lo sponsor politico del manager arrestato - è quella che ha subìto la beffa più cocente. Questi, infatti, presentarono domanda di finanziamento e, seguendo un iter diventato prassi, si rivolsero alla società di consulenza che approntava le pratiche. Non era, naturalmente, una società imparziale perché la Tecnos faceva capo a Masciarelli che, controllore e, allo stesso tempo, controllato, erogava fondi a sè stesso. Così l'imprenditore, non parente né amico dell'ex presidente Fira, finiva nelle maglie di una sorta di racket delle consulenze. Secondo la ricostruzione fatta dalla procura, il costo dell'assistenza per la pratica era di 26 mila euro. Di questi il 50% veniva risarcito alle imprese attraverso la Regione. Masciarelli, stando sempre alle risultanze delle indagini, chiedeva però il pagamento anticipato dei 26 mila euro per consulenze che, di fatto, non comportavano alla Tecnos alcuna spesa viva perché eseguite a tavolino. E spesso su progetti fantasma. Nel capo d'imputazione si legge che la truffa Fira correva infatti su «artifici e raggiri consistiti nell'attestare la realizzazione di progetti in realtà inesistenti e ideati solo per ottenere contributi pubblici, attraverso fatture false e perizie tecniche giurate e artatamente create per dichiarare, contrariamente al vero, che l'intervento era stato completamente realizzato in paesi che rientravano nell'area del cosiddetto Obiettivo due, imprescindibile e essenziale requisito per poter accedere ai contributi Docup». Una semplice moltiplicazione della spesa di ciascuna pratica per il numero di domande di ammissione ai fondi Docup fa toccare con mano l'entità di queste provvigioni extra, di questa ulteriore moltiplicazione di entrate per il gruppo Masciarelli, accusato di aver finanziamento partiti e politici: se le domande, per esempio, sono state 100, il presunto "racket delle consulenze" avrebbe incassato non meno di 2milioni e 600 mila euro. Ma le domande erano più di cento. E chi si rifiutava di pagare 26 mila euro anticipati finiva in tribunale perché Masciarelli chiedeva decreti ingiuntivi e i giudici gli concedevano la provvissoria esecuzione. Per gli imprenditori era lo schiaffo finale. |