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Il Governo ha varato un provvedimento di liberalizzazioni che, pur non bilanciando una Finanziaria contorta e recessiva, va nella giusta direzione. Si preannunciano adesso gli scioperi dei benzinai e di altre categorie che creeranno disagi contribuendo a rafforzare un primato che, a torto o a ragione, il nostro Paese vanta nella opinione pubblica nazionale e internazionale. L'opinione di un Paese dove gli scioperi non hanno regole è anche la conseguenza di un passato privo di una normativa attuativa dell'articolo 40 della Costituzione («Il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano») e di un presente nel quale la "Commissione di garanzia dell'attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali" cerca faticosamente, come la sua stessa infelice denominazione dimostra, di svolgere il proprio compito. Il suo presidente, Antonio Martone, ha affermato di recente che senza il concorso delle parti sociali, il sostegno dell'opinione pubblica e più risorse, la Commissione finisce ad essere una vox clamans in deserto. Difficile dargli torto per ragioni sia concettuali che fattuali, che è bene esaminare. Dal punto di vista concettuale, è la Commissione stessa a suscitare delle perplessità attraverso le espressioni che il suo presidente ha usato nel presentare la Relazione sul periodo gennaio 2005-giugno 2006. Affermare infatti che «sin dalle origini, lo sciopero costituisce un imprescindibile strumento di progresso economico e sociale del Paese» e «un prezioso strumento di tutela e di promozione della democrazia» non pare il modo migliore malgrado l'intonazione storica, per introdurre un'analisi sugli scioperi nell'Italia del XXI secolo. Non sappiamo se questi richiami abbiano rallegrato i presidenti di Camera e Senato ai quali la Commissione ha presentato la sua relazione nel dicembre scorso. Il fatto che entrambi i presidenti siano degli ex sindacalisti è una peculiarità italiana ma anche l'esito "innaturale" della nostra costituzione materiale, dove il ruolo dei tre grandi sindacati è per molti versi diventato quello di sintesi del Parlamento e del Governo andando quindi ben oltre quello "naturale" di controparte delle imprese nella dinamica economico-contrattuale.- Stante questo ruolo dei sindacati e stante la debolezza di qualsiasi parte politica nei loro confronti, gli stessi dovrebbero darsi un sovrappiù di responsabilitaà almeno per ridurre quantità e qualità di scioperi. Dubitiamo tuttavia che lo faranno. Dal punto di vista fattuale, la Commissione rileva che nel periodo gennaio 2005-giugno 2006 sono stati proclamati 2.621 scioperi, che ne sono stati revocati 1.031 e ne sono stati effettuati 1.590, dove gli scioperi di rilevanza nazionale nonchè quelli generali in ambito territoriale limitato sono stati 306. Dal sito della Commissione risulta inoltre che dal 22 gennaio al 6 febbraio sono previsti 72 scioperi locali, mentre entro il 16 marzo ne sono previsti 9 di rilevanza nazionale. In questa alluvione di scioperi la Commissione dichiara di essere intervenuta cercando di contemperare l'esercizio del diritto di sciopero e il godimento dei diritti della persona in quanto utente di servizi. Numerose sono state anche le sue azioni preventive sui sindacati alle quali sono seguiti varie revoche e differimenti, anche se alla fine le sanzioni applicate per la violazione della legge sullo sciopero sono state solo 48 (per 300mila euro) pari all'1,8% del totale degli scioperi proclamati. Cioè molto poche. E su questo la Commissione deve anche riflettere, come deve farlo sulle asimmetrie che emergono nelle sue diverse tonalità riferite da un lato agli scioperi nel trasporto aereo e dall'altro a quelli dei lavoratori autonomi. Nel caso del trasporto aereo, la Commissione ci sembra piuttosto diplomatica nel suo argomentare che la compagnia di bandiera è in crisi, che c'è una elevata articolazione del servizio, che vi è una frammentazione sindacale, che è difficile trovare «un'equa distribuzione delle opportunità di ricorrere legittimamente allo sciopero tra le diverse organizzazioni sindacali operanti nel settore e, d'altro lato, a contenere il sacrificio dei diritti dei cittadini entro limiti tollerabili». Nel caso degli scioperi dei lavoratori autonomi (taxisti, farmacisti, avvocati), la Commissione ci sembra più decisa nel rilevare che gli stessi «hanno fatto irruzione sulla scena con il ricorso a forme di protesta dai toni particolarmente aspri, provocando, in molti casi, una grave lesione dei diritti della persona costituzionalmente tutelati», sia nel segnalare che tali forme di protesta sono state «proclamate e/o effettuate in aperta violazione della disciplina vigente per impedire l'emanazione di un provvedimento legislativo destinato a incidere sullo status delle rispettive categorie. Fa bene la Commissione a preoccuparsi per gli scioperi degli autonomi conseguenti alle liberalizzazioni, ma non meno preoccupanti sono quelli connessi ai trasporti pubblici che mettono in crisi aziende i cui bilanci vengono poi ripianati dallo Stato o dagli enti locali. Anche perchè, alla fine, gli autonomi dovranno far quadrare i loro conti privati. Perciò i loro scioperi non dureranno a lungo. Ma al di là di queste asimmetrie valutative, ciò che più colpisce nella relazione della Commissione è l'individuazione di scioperi tesi a premere sulla classe politica tramite il disagio ai cittadini, di precettazioni non rispettate, di concorrenza nello sciopero tra sigle sindacali, di scioperi proclamanti nella consapevolezza della loro "irregolarità" con successiva revoca che tuttavia non toglie il danno dell'effetto annuncio. Per queste valutazioni alla Commissione va data fiducia perchè si tratta dell'unico tentativo in Italia di riflettere sul problema degli scioperi. Ai quali si dovrebbe ricorrere con molta più saggezza passando prima attraverso forme di autodisciplina, di arbitrato, di verifiche democratiche sulla rappresentanza. Tornare a parlare con pacatezza di limiti efficaci all'abuso del diritto di sciopero avendo attenzione ai veri problemi del Paese sarebbe una grande liberalizzazione: perchè questo tema è stato per decenni un tabù inavvicinabile. |