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Ieri un corposo approfondimento sulle pagine del Corriere economia definiva con maggior chiarezza quali siano gli autentici obiettivi della campagna "liberalizzatoria" lanciata contro i servizi pubblici locali. Sul Corriere si parlava di acqua, in particolare, come su altri organi di informazione si è parlato di energia. Beni pubblici essenziali che, in quanto tali, hanno la straordinaria caratteristica di essere potenzialmente fonte di tali e tanti ricavi che davvero non si capisce perché lo Stato si ostini a volerci tenere sopra le mani, atteso che è incapace di gestirli, ne fa un uso clientelare e così discorrendo. La pagina del Corriere, da questo punto di vista, era quasi un manuale. C'erano i buoni (i paesi europei, custodi dell'ortodossia liberale) e i cattivi (noi italiani), ma anche i cattivissimi. Vale a dire coloro che arrivano persino ad opporsi al principio che i privati debbano gestire anche l'acqua. Perché certo da noi non potrebbe mai succedere, come pure accade in molti paesi poveri, che la ricerca del profitto si spinga fino a lasciare a secco popolazioni intere che non possono comprare l'acqua. Dopo aver letto la sciarada del Corriere, tuttavia, ci siamo convinti che mai e poi mai la libera stampa dedicherà la stessa attenzione al trasporto locale (a parte Il Sole 24 ore, ma questa è un'altra storia). Primo perché non spunta certo gli stessi margini di profitto dell'acqua o del gas. E poi perché nessuno che abbia un minimo di cervello si metterebbe mai a gestire un servizio a tariffa politica e per giunta sovvenzionato (poco) dallo Stato. Chi parla di liberalizzazioni e tpl, parla a suocera perché nuora intenda. |