Data: 14/02/2007
Testata giornalistica: La Gazzetta del Mezzogiorno
Ichino: «La Cgil non ha responsabilità»

MILANO - In questi anni le sue posizioni sono spesso state critiche ma il suo legame con il sindacato non è mai stato messo in discussione. Iscritto alla Cgil dal 1969, Pietro Ichino, il giuslavorista nel mirino delle Brigate Rosse come i suoi colleghi Massimo D'Antona e Marco Biagi uccisi nel maggio del 1999 e nel marzo del 2002, non ha dubbi sul fatto che il sindacato, anche in questa ultima inchiesta sul terrorismo, non abbia alcuna responsabilità, anche se alcuni arrestati erano iscritti alla sua organizzazione sindacale: «Non si possono attribuire responsabilità alla Cgil».
«Non vuol dire nulla - spiega dopo aver ricevuto alla sua facoltà di Scienze politiche i segretari generali milanesi di Cgil, Cisl e Uil, che hanno portato la solidarietà del sindacato compatto al giuslavorista sotto minaccia -. Chiunque voglia pescare in un ambiente sindacalizzato e di sinistra è chiaro che si iscrive alla maggior confederazione sindacale, e non ha neppure difficoltà a mimetizzarsi all'interno di una organizzazione di 5 milioni di iscritti. Così come non ha valore che tra gli arrestati vi sia uno studente universitario».
La visita dei tre segretari generali milanesi di Cgil, Cisl e Uil ha preceduto una manifestazione sindacale con presidio in piazza San Babila, contro il terrorismo e la violenza. Questa visita gli ha fatto piacere, ma Ichino sottolinea anche che tra loro c'è una frequentazione che va al di là di questi eventi: «Io sono in contatto quotidiano con loro. Hanno voluto rendere questa occasione particolarmente marcata e visibile, ma è un legame che abbiamo da tempo e che coltiviamo tutti i giorni».
Sui muri dell'Università vi sono diverse scritte, alcune con la stella a cinque punte, come 'Legge Biagi legge di guerrà e 'Chi semina repressione raccoglie vendettà. La scorsa settimana il sito della facoltà era stato violato da un hacker che aveva inserito la stella delle Br. Un'assemblea sulla finanziaria era stata molto movimentata, ma il professor Ichino non ha dubbi sul suo ruolo nonostante le minacce.
«Io mi sento più sicuro tra i miei studenti - spiega -. Ho incontrato diversi momenti di dissenso ma in queste aule si discute, ci si guarda negli occhi, ci si riconosce come interlocutori. Non ho mai avuto la sensazione di trovarmi di fronte a dei nemici». Il suo ruolo di professore, di formatore di coscienze critiche non lo abbandonerebbe mai, neppure davanti alla minaccia di morte: «Se non le dico io le cose che penso e che scrivo, io che ho il privilegio di avere una cattedra all'università e di avere la protezione della polizia, chi altro dovrebbe farlo?».
Sotto scorta dal 2002, Ichino non si è stupito della nuova inchiesta: «Il prefetto - racconta - mi ha sempre tenuto informato. Sapevo di essere nel mirino ma sapevo di avere il privilegio di essere molto ben protetto dai miei custodi. Non ho mai avuto la sensazione di essere in pericolo». Paura l'ha avuta dopo l'omicidio di D'Antona e dopo quello di Biagi: «Biagi insegnava diritto comunitario sul lavoro nel master che io dirigo. Per due anni è venuto qui sotto scorta, poi gliel'hanno tolta e poi l'hanno ucciso».
È tranquillo e non teme per la sua vita ma mette ugualmente in guardia la società al pericolo terrorista. Le Br le ha studiate e sa che hanno una struttura alla spalle: «Una loro caratteristica è un'organizzazione caratterizzata da protocolli organizzativi molto meticolosi che sono anche un loro limite perchè l'analisi della loro azione porta a vedere elementi quasi di burocrazia». Anche per questo devono fare paura perchè uccidere una persona è una pratica burocratica: «Devono fare paura - spiega il professore - perchè il problema non può considerarsi risolto finchè vivono delle frange di giovani ma anche non che coltivano quest'idea pazza della lotta armata come soluzione di un problema politico. Finchè qualcuno pensa di paralizzare il dibattito sopprimendo il dissenziente la metastasi si può riprodurre e noi non siamo ancora immunizzati».

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