Data: 30/04/2006
Testata giornalistica: Corriere della Sera
Gli operai del compagno presidente. Bertinotti eletto rende omaggio a Casini: lo imiterò

Il camerata Amerigo Olive, alla vista del compagno Fausto presidente della Camera, si è messo a battere le mani: «Congratulazioni! È un uomo in gamba e corretto». Ma tolto lui, che per pura coincidenza è il consuocero dato che la figlia ha sposato Duccio Bertinotti («fra nonni ci litighiamo solo su chi tiene la nipotina»), l'ascesa a Montecitorio del leader di Rifondazione, che ha dedicato la vittoria «alle operaie e agli operai», non è stata affatto ben accolta da chi non si riconosce nell'Unione. Unica eccezione, Francesco Cossiga che, col gusto che prova per i messaggi sospesi tra la pomposità e la beffa, gli ha mandato un telegramma in cui, da amico, da democratico e da secondo unico marxiano d'Italia dopo di te» invia le più vive felicitazioni e si dice certo che l'amico rosso riuscirà «a lavorare per quella unificazione civile e morale di cui la nazione italiana ha bisogno e che già pur nel duro contrasto tra il Partito Comunista Italiano del quale tu sei l'erede e la Dc riuscirono a garantire». Pregasi notare il cenno all'eredità del Pci: puro veleno per i diessini. Non bastasse, al successore di Pierferdinando Casini, sommerso a suo tempo di epistole zuccherine che ruotavano intorno a tutti i concetti cari alla democristianità, è arrivato un telegramma anche dei Comunisti Italiani, i cugini scissionisti che se ne andarono dopo lo sgambetto al primo governo di Romano Prodi: «La tua elezione a presidente della Camera costituisce una avanzata postazione di lotta per tutti coloro che credono nelle idee di pace, libertà, uguaglianza e giustizia sociale». Figuratevi i moderati: Montecitorio «avanzata postazione di lotta»? Non bastasse ancora, via via che passavano le ore dal discorso con cui il segretario rifondarolo aveva preso possesso della terza carica istituzionale dello Stato, le parole di Fausto Bertinotti parevano, a rileggerle, sempre più schierate, sempre più rosse, sempre più estranee allo spirito di un «presidente di tutti».
Certo, la «evve» moscia morbida e quel tono non aggressivo, avevano un po' smussato certe asprezze. Nero su bianco, però, era chiaro come, al di là della personale cortesia e dell'omaggio a Casini («che per capacità e senso delle istituzioni spero di poter imitare»), il discorso d'insediamento era assai diverso non solo da quello pronunciato dieci anni fa da Luciano Violante, che si era premurato di tendere la mano ai «ragazzi di Salò», ma anche da quello letto nelle stesse ore al Senato da Franco Marini. Un rovesciamento radicale rispetto alla retorica ufficiale degli ultimi anni (garbatissimamente registrato dal Tg1 come non ci fosse alcuna contraddizione con le sviolinate polarole di un mese fa) e perfetto per piacere a un pezzo della sinistra quanto perfetto per restare nel gozzo alla destra. «E le foibe?», gli ha urlato a un certo punto il deputato triestino nazional-alleato Roberto Menia, furente per i richiami alla Resistenza, a Marzabotto, al 25 aprile esaltati senza il minimo sforzo di concedere una sola briciola a chi la pensa diversamente e magari stava «dalla parte sbagliata». «Noi a Marzabotto siamo stati e andremo ancora», ha sibilato il collega di partito Fabio Rampelli, «ma forse occorrerebbe recuperare i 60 anni in cui non si sono fatti pellegrinaggi a Basovizza e le tragedie procurate dai comunisti sepolte da un silenzio complice».
Ma è sul piano dei valori di oggi, quelli economici, politici e civili, che il ribaltone è stato totale. Mai una volta, in un paese fiero dei suoi distretti industriali e delle sue piccole e medie imprese e dei suoi milioni di Partite Iva, ha citato la parola «impresa», mai la parola «imprenditori», e mai «artigiani» e «commercianti» e «ceti produttivi» e «sviluppo» e «infrastrutture» e «opere» e «riforme». Per non dire di «governo», «governare», «governabilità»: zero. Si dirà: non toccava a lui e non era il discorso di ieri l'occasione giusta. Può essere. Ma a qualcuno, anche della sua sponda, anche tra quelli soddisfatti dei richiami all'importanza della cultura, all'insegnamento di don Lorenzo Milani, ai docenti, alla scuola, alla sottolineatura della «precarietà come il male più terribile del nostro tempo», ha fatto venire in mente uno strepitoso scambio di battute tra il neo-presidente della Camera e uno spazientito Ciriaco De Mita che gli diceva: «Santa Pazienza, io non ti capisco, Fausto: chiunque fa politica lo fa per governare!». E lui: «Io non sono chiunque, Ciriaco. Devi dire: chiunque meno uno».
Va da sé che, mentre i duri e puri del microscopico ma agguerrito Partito Marxista Leninista trovavano nell'ascesa del compagno Fausto alla presidenza della Camera la conferma che è un «trotzkista narcisista» addetto «al ruolo di cagnolino da guardia del democristiano Romano Prodi», a destra hanno cominciato a levarsi sconcerto, proteste e censure. Che andavano a rompere certi coretti di indulgenza per quell'unico «comunista simpatico» che nel passato avevano toccato vette incredibili. Come la volta che Geronimo La Russa, il figlio d'Ignazio, che era arrivato a fare al sub-comandante Fausto quello che per lui ( de gustibus ...) era un grande complimento: «Ho grande rispetto per Bertinotti. È coerente e determinato. È quasi un fascista».
Un giorno Claudio Sabelli Fioretti glielo chiese: «Perché piace alla destra?» Rispose: «Faccio l'avvocato del diavolo contro di me: agli occhi della gente di destra sono così diverso che non costituisco una minaccia immediata. La coerenza, il rigore, l'incorruttibilità, fan sì che non vengo considerato pericoloso». Basti dire che perfino Berlusconi, che inzuppa l'anticomunismo nel caffelatte ogni mattina, lo attaccò una volta sola: quando, dopo aver minacciato di buttar giù Prodi nell'autunno 1997, aveva rinviato l'affondamento all'anno successivo: «Come si chiamava quel libro di Lenin? Ah, sì: Il rinnegato Kautsky . Dov'è il rinnegato Fausto? Ho un regalo per lui. Un orologio Previet con stella rossa, tecnologia sovietica e la scritta CCCP».
Come poteva spaventare davvero la destra, dicevano i suoi compagni di strada più critici, uno che per l'abbinamento tra lo spirito d'interdizione e i pullover morbidi dai colori tenui era stato ribattezzato da Emanuele Macaluso col nomignolo di «Ghino di Oxford»? Uno che dopo aver esordito dicendo che non gli piaceva la politica personalizzata («Mi sento come chi si batte nella terra degli infedeli») venne classificato in un sondaggio tra le lettrici di «Anna» come «l'uomo più vanesio d'Italia» davanti al Cavaliere e a Vittorio Sgarbi? Un frequentatore dei salotti così assiduo («Vado lì come vado nelle piazze o in parlamento: per affermare anche là il diritto all'alterità della sinistra antagonista») che gli fu rinfacciata addirittura la partecipazione a un «pigiama party»? Uno che pareva giocare con certi miti e certe parole al punto che, dopo il famoso incontro nel Chapas col sub-comandante Marcos, venne bonariamente preso in giro perfino da Fidel Castro che lo accolse dicendo «caro Fausto, hai fatto l'estremista, eh?».
Ecco, adesso il compagno Fausto è lì, in cima. Alla guida di Montecitorio. E Silvio Berlusconi, cortesemente, ha fatto buon viso a cattivo gioco levando il calice nel brindisi. Solo che lui, ahi ahi, continua a dire tutto quello che diceva prima. E non è più tanto facile sorriderne...

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