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ROMA. Sull'aumento dell'età pensionabile si può trattare, sulla modifica dei coefficienti di calcolo della pensione no. Questa la posizione che i sindacati porteranno ad uno dei tre tavoli che il governo ha istituito per la mega-trattativa sulla crescita, sulla pubblica amministrazione e, appunto, sul welfare e la previdenza. Giovedì pomeriggio a Palazzo Chigi i rappresentanti dei lavoratori porteranno i loro calcoli e chiederanno ai tecnici del governo di fare altrettanto. «Se il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa dice che nel nostro futuro ci potrebbe essere una crescita del 3 per cento, allora tutte le simulazioni fin qui fatte sono superate, perchè l'imperativo di tagliare le pensioni viene da una crescita attorno all'1 o 1,5 per cento» polemizza il segretario dei pensionati Uil Silvano Miniati rimettendo a posto le carte pronte per Palazzo Chigi. Il ministro per la Solidarietà Sociale Paolo Ferrero spezza una lancia a favore di una soluzione «morbida» dell'innalzamento dell'età pensionabile, quella «con incentivi». Proposta che anche i sindacati vedrebbero di buon occhio, a parte un'ala oltranzista della Fiom rappresentata da Giorgio Cremaschi che parla addirittura di «frattura storica» con questo governo nel caso si convenisse un aumento dell'età pensionabile. Intanto i datori di lavoro (ieri è stata la volta del presidente della Confagricoltura Federico Vecchioni) si stanno pronunciando per andare verso gli aumenti dell'età come il resto dell'Europa. «Potremmo anche trattare sull'età con una serie di incentivi perchè c'è più voglia di restare al lavoro di una volta, a patto che il governo riesca a convincere le industrie a non fare ristrutturazioni su base anagrafica, licenziando quelli attorno ai 55 anni», puntualizza Miniati «altrimenti mi pare inutile qualsiasi accordo». Su una cosa però non si tratta: la revisione dei coefficienti di calcolo che porterebbe ad un abbassamento di tutte le pensioni. Secondo i sindacati, anzi, la stragrande maggioranza dei lavoratori andrebbe in pensione con il minimo pari alla pensione sociale, pur avendo pagato contributi di lavoro. Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, sospetta che si voglia superare lo scalone deciso dall'ex ministro Roberto Maroni (dal 2008 si va in pensione solo a 60 anni con 35 anni di contributi) risparmiando soldi con un abbassamento dei coefficienti di calcolo della pensione. «Non si può risolvere il problema dello scalone - ha detto - modificando in peggio i coefficienti di trasformazione». Per Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, «la discussione sui coefficienti la consideriamo superata, obsoleta. Al prossimo incontro sulle pensioni, spiegheremo attentamente perchè abbiamo ragione, suffragando le nostre posizioni con i numeri. La riduzione del deficit si fa aumentando la ricchezza del Paese». |