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Il mantenimento dell'equilibrio finanziario del sistema pensionistico previdenziale pubblico rimane un obiettivo costante per il sindacato. E' interesse innanzitutto dei lavoratori sapere che una adeguata alimentazione attraverso la contribuzione previdenziale, che peraltro con la finanziaria è stata aumentata, del fondo pensioni è garanzia di tenuta del sistema e quindi di rendimenti previdenziali socialmente sostenibili. Infatti la riforma Dini del 1996 prevede, opportunamente, che i fattori che conocorrono a dare equilibrio al sistema sono tre: l'andamento del Pil; i redditi soggetti a contribuzione previdenziale; l'andamento demografico. Non ha senso, quindi, far riferimento a uno solo dei tre fattori per valutare l'equilibrio del sistema. Inoltre, è sbagliato e fuorviante far passare l'idea che il passaggio dal sistema retributivo al «contributivo» voglia significare la realizzazione di una «banca virtuale» dove ciascun lavoratore ha un «conto personale» da dove prelevare la propria pensione entro i limiti dei contributi depositati e degli interessi maturati. Il metodo contributivo e il relativo sistema di calcolo rende più trasparente il rapporto tra gli anni di attività lavorativa, i contributi previdenziali versati e la speranza di vita dopo il pensionamento, con l'obiettivo di realizzare una certa equivalenza tra il sistema di calcolo «retributivo» e il sistema di calcolo «contributivo». Per una carriera economica moderata, l'equivalenza del risultato si ottiene all'età di 62-63 anni. Con la riforma del 1995 non si realizza «per fortuna» una situazione di «conto personale del lavoratore», con il quale alimentare la sua pensione attraverso la spalmatura di quello che avrebbe accantonato, in quanto la riforma Dini, con l'introduzione del cosiddetto «sistema contributivo», molto opportunamente ha mantenuto il sistema a «ripartizione». Un sistema attraverso il quale i contributi previdenziali che vengono pagati dai redditi da lavoro vengono ripartiti sulle pensioni. Ciò significa che chi sta lavorando finanzia le pensioni in essere così come la pensione di chi sta lavorando sarà finanziata da coloro che lavoreranno quando lui sarà in pensione. Si tratta, quindi, di un sistema basato sulla solidarietà fra generazioni. Ecco perché l'equilibrio finanziario, più che sul montante contributivo (del tutto virtuale) e sugli anni di speranza di vita, va ricercato sulle entrate contributive e sulle uscite relative alle prestazioni previdenziali. Per questo diventa fondamentale più che agire su una «aritmetica» revisione dei coefficienti di trasformazione (che progetterebbe, con molto anticipo, un futuro previdenziale socialmente insostenibile) concentrare l'iniziativa sui seguenti aspetti del problema: 1) negoziare politiche economiche e occupazionali in grado di produrre stabilità occupazionale-previdenziale e aumentare il tasso di occupazione femminile e degli anziani; 2) andare gradualmente verso una parificazione della contribuzione previdenziale tra lavoro autonomo, dipendente e parasubordinato; 3) completare la riforma Dini in particolare sul versante delle «regole uguali per situazioni analoghe»; 4) verificare il rapporto del prelievo fiscale che concorre per circa 32 miliardi di euro alle entrate dello Stato. Si tratta di verificare se è corretto confrontare la nostra spesa previdenziale al loro dell'Irpef con quella degli altri paesi europei dove l'Irpef è pressoché zero; 5) ripristinare la filosofia del sistema «contributivo» che si basa sulla «flessibilità» annullata dai provvedimenti del governo Berlusconi che ha portato l'età pensionabile del regime contributivo a 60 per le donne e a 65 per gli uomini. Da tutto questo contesto scaturisce che riconfermare gli attuali coefficienti di trasformazione non vuole dire decretare la fine del metodo contributivo di calcolo che mantiene tutta la sua validità, ma dare valore ai contributi versare: questo lo si ottiene se si mantiene l'obiettivo di garantire rendimenti previdenziali importanti e non residuale ad una età che faccia sintesi tra l'allungamento della vita, il tipo di lavoro (usurante) il livello di reddito. Per questo la scelta sarà individuale e quindi dovrà essere resa flessibile. Usciamo quindi dalla confusione che si è creata e che rischia di depotenziare il sistema previdenziale pubblico, e ribadire che vale la pena di investire sulla previdenza pubblica applicando e completando la riforma Dini senza scorciatoie. * Segretario Provinciale Spi Cgil Chieti |